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lunedì 5 febbraio 2018

Il quadro socio-economico. Matteo Renzi parla di miglioramenti, Susanna Camusso di disaggio

Il contesto internazionale sotto il profilo economico si presenta nel 2018 favorevole, ma le differenze sociali non mostrano di ridursi. 
Il ceto medio è più fragile che nel passato, i poveri sono più poveri ed in generale il lavoro non offre garanzie di stabilità. 
In Italia continuano a crescere le diseguaglianze tra il Nord e il Sud. È questa la fotografia che emerge dal «Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia» elaborato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil. 
Rispetto ad un anno fa il 5% degli italiani ritiene migliorata la condizione economica della propria famiglia, di contro i 67% la ritiene stazionaria e il 28% l’ha vista ulteriormente peggiorare. 
Tra i più poveri, con un reddito al di sotto degli 850 euro, il peggioramento è percepito nel 49% dei casi. 
Le prospettive dell’Italia tra un anno  per il 32% sarà peggiore di oggi, per il 51% uguale e solo per il 17% migliore. 
Nel Mezzogiorno la qualità dei servizi socio-assistenziali registra un’ulteriore flessione. Nel complesso sono circa 12 milioni gli italiani che non hanno soldi per curarsi. 
Chi è povero ha probabilità maggiori di restarlo, contrariamente a ciò che accade in altri paesi avanzati. E nemmeno il lavoro, che ne ha sempre costituito l’antidoto è in grado ormai di preservare dai rischi. Nel complesso, la condizione di povertà riguarda circa il 10% dei lavoratori, colpendo anche fasce del ceto medio, come dirigenti e impiegati. 
Al Sud un lavoratore dipendente su quattro è povero o quasi povero. 
I working poors, definiti anche "poveri in giacca e cravatta", rappresentano una delle più drammatiche conseguenze di questa fase economica. Una zona grigia di nuove povertà. La gerarchia sociale introduce un nuovo tipo di classe, i cosiddetti “penultimi". 
Una grossa fetta di popolazione che ha perso speranza e coraggio, che ritiene di non poter puntare più verso l’alto della piramide sociale. 
Per Susanna Camusso «è la mancanza di fiducia nella prospettiva economica, sia del Paese che delle famiglie, che colpisce. Pochi stanno meglio, molti continuano a stare male». 
«La qualità della ripresa non è all’altezza delle necessità; troppo forte il suo carattere congiunturale e non strutturale, così come troppo elevata resta la differenza tra il Nord e il Sud del Paese».

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