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lunedì 10 aprile 2017

La Grande Settimana. Il patrimonio liturgico più antico della Pasqua dei cristiani (2)

 I primi tre giorni

La GRANDE SETTIMANA e' iniziata ieri dopo i vespri.
Nei primi tre giorni -nelle letture e nei riti della Chiesa Bizantina- e' in scena con figure bibliche il tempo della storia dell’umanità che va dalla Pasqua di Cristo al suo ritorno (Parusia) ma e' ricapitolato anche il tempo dalla creazione all’Incarnazione:
--c’è il fico che non porta frutto,
--la parabola delle dieci vergini e quella dei talenti,
--la donna peccatrice che unse i piedi e il capo del Signore di olio profumato,
--il pubblicano che si converte.

In  questi primi tre giorni ad essere sviluppati sono i temi della vigilanza, della laboriosità, del portare frutti, dell’imitazione di Cristo, della conversione.



I riti-letture-drammi nelle chiese bizantine si sviluppano davanti all'icona di Cristo-Sposo (Nimfios) dell'umanità, e sono sostanziati da esortazioni dello "Sposo"  ad imitarlo nella umiltà:

“Guardate a me [...] e non pensate cose alte, lasciatevi attrarre da quelle umili; bevete il calice che io bevo, per essere con me glorificati nel regno del Padre mio”.



“Non fatevi simili alle genti, dominando sui più piccoli. Non sia così tra voi, miei discepoli, perché io volontariamente sono povero”.



Sono venuto per servire Adamo divenuto povero, della cui forma volontariamente mi sono rivestito, io, il Creatore, ricco per la divinità; sono venuto per immolarmi in suo riscatto, io, impassibile per la divinità”



Alla familiarità delle parole dello "sposo", risponde il “noi” della comunità che esorta se stessa a vigilare, a rendersi umili con Cristo, a salire verso Gerusalemme assieme a lui:



Venendo il Signore alla passione volontaria, diceva agli apostoli per via: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e il Figlio dell’uomo sarà consegnato, come di lui sta scritto”.
Su dunque, saliamo anche noi con lui con le menti purificate, lasciamoci crocifiggere con lui, e per lui moriamo ai piaceri della vita, per vivere con lui e udirlo esclamare: “Non salgo più alla Gerusalemme terrestre per patire, ma salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro, e con me vi innalzerò alla Gerusalemme celeste, nel regno dei cieli”.



“Fuggiamo il male del fico”: il fico privo di frutti rappresenta coloro che non accettando il dono magnifico di Dio, rimangono sterili, analogamente a quanti ricevono dal Signore i talenti e non li fanno fruttare. Per questo l’esortazione è: “Lavoriamo di buon animo per il Sovrano”,
“portiamo frutti degni della conversione a Cristo che ci elargisce la grande misericordia (to méga éleos)” e soprattutto:
“Amiamo lo Sposo, o fratelli, prepariamo le nostre lampade, risplendendo di virtù e retta fede, affinché, come le vergini sagge del Signore, siamo pronti per entrare con lui alle nozze”.



Volendo usare un termine musicale, le letture vertono su due registri: da una parte meditano sulle parole del Signore, reagendo alle diverse situazioni, dall’altra la comunità-sposa celebra il mistero "atemporale" e usa le espressioni proprie di questo ruolo: “celebriamo – cantiamo – acclamiamo – magnifichiamo”  e anticipa il compimento nella Pasqua e già nel Grande Martedì  risuona l’invito a entrare nella sala della festa:



“Tenendo le nostre anime come lampade accese, insieme allo Sposo che viene per le nozze senza corruzione, entriamo raggianti prima che venga chiusa la porta”.



In questi primi tre giorni appare inoltre -in prima persona- il singolo credente; chi parla (oltre al noi) è l’io del cristiano che celebra il mistero della Pasqua insieme alla comunità della Chiesa:

Nimfios


Ecco lo sposo viene nel mezzo della notte, beato quel servo che troverà vigilante, indegno quel servo che troverà negligente. Guarda dunque anima mia di non lasciarti opprimere dal sonno, per non essere consegnata alla morte e chiusa fuori del regno. Ma vegliando, grida: “Santo, Santo, Santo tu sei, o Dio; per intercessione della Theotokos abbi pietà di noi”.



La presenza via via preponderante della prima persona non lo si incontra quasi mai nelle ufficiature del corso dell'anno; ha in questo dramma un senso pedagogico. Si vuole mettere in evidenza che il dramma entro cui ci si sta addentrando non e' per gli spettatori di passaggio, ma una realtà che non puo' non coinvolgere tutti personalmente.
Non e' possibile  confondersi nell’anonimato del “noi”: il sonno nel quale si puo' cadere è quello di ciascuno,  l’indolenza è mia, la sterilità del fico e' mia e sono io che dovrò comparire davanti al Giudice; tutto è in funzione della partecipazione alle nozze con lo Sposo (il Cristo), nozze dell'umanita' e nozze mie.



O anima infelice, rifletti all’ora della fine, temi il taglio del fico, traffica laboriosamente il talento che ti è stato affidato, vegliando e gridando: Non ci accada di restare fuori dalla sala nuziale del Cristo”.



Sono sempre io che, identificandomi con la peccatrice  (Grande Mercoledì) potrò evitare di seguire l’esempio di Giuda e compiere invece il cammino della conversione:



“Ho peccato più della meretrice, o buono, e non ti ho per nulla offerto piogge di lacrime: ma pregando in silenzio, mi prostro davanti a te, abbracciando con amore i tuoi piedi immacolati”.



Di particolare importanza l'identificazione dell’io credente con la peccatrice, perché consente di accedere a una comprensione più profonda del ruolo dell’io nei primi tre giorni.
A partire da essa si verifica infatti una serie di identificazioni “a cascata”: la donna peccatrice unge i piedi del Signore e mentre compie questa azione si identifica – ma in un rapporto inverso – con Eva:



La donna caduta in molti peccati, sente la tua divinità, o Signore, e assumendo l’ufficio di mirofora ti offre il myron con le lacrime prima della tua sepoltura: “Ahimè, dice, per me è notte senza luce di luna, furore tenebroso di incontinenza, amore di peccato! Accetta i torrenti delle mie lacrime, tu che attiri nelle nubi l’acqua del mare. Piegati ai gemiti del mio cuore, tu che hai piegato i cieli nel tuo ineffabile annientamento. Bacerò i tuoi piedi immacolati, li asciugherò con i riccioli del mio capo, quei piedi di cui Eva a sera percepì il suono dei passi nel Paradiso e per timore si nascose.



Il riferimento a Eva che nel giardino del paradiso terrestre  sente i passi del Signore e si nasconde per timore mette in evidenza il collegamento tra la settimana dei “venerabili patimenti di Cristo - luce per il mondo” e la prima settimana biblico della creazione:  appare chiaro che il dramma di questi tre primi giorni della Grande Settimana  si svolge tra Eva, la creatura “divenuta povera” della sua familiarità con Dio, e il Nuovo Adamo, Cristo, che “si è fatto povero” per la sua creatura, per glorificarla in sé – nella sua umanità – e con sé nella comunione con il Padre.
Seguendo questa logica del mistero di salvezza, nel momento in cui la donna peccatrice bacia i piedi di Gesù si manifesta il capovolgimento della situazione inficiata dalla disubbidienza iniziale, qui e' il frutto anticipato della salvezza operata dal Cristo:

“Bacerò i tuoi piedi immacolati, li asciugherò con i riccioli del mio capo, quei piedi di cui Eva a sera percepì il suono dei passi nel Paradiso e per timore si nascose”.
Io, la peccatrice, Eva-Adamo, io che per amore riconosco i passi del Signore; io che dico al Signore: “Per amore del tuo nome a lungo ti ho atteso, Signore, ha atteso l’anima mia la tua parola” (Sal 129,53)23; io sono quella creatura, Eva-Adamo, destinata ad esse- re sposa che esclama “O Sposo splendido di bellezza al di sopra di tutti gli uomini! Tu che ci hai convocati per il banchetto spirituale delle tue nozze, spogliami, con la partecipazione ai tuoi patimenti, dell’aspetto cencioso che mi danno le mie colpe e, ornandomi con la veste di gloria della tua bellezza, rendimi splendido commensale nel tuo regno, o Compassionevole [dalle viscere di bontà]”.



Il fatto che questo passaggio cruciale si annodi intorno a una figura femminile – la donna peccatrice – non è legato semplicemente allo svolgersi storico degli avvenimenti: l’insistenza della Chiesa sulla donna peccatrice è legata a un dato di antropologia spirituale,  di fronte a Dio la creatura (l'umanita-Sposa) è  femminile, in quanto ricettiva. Ecco allora che insieme alla donna peccatrice, identificandosi nella donna peccatrice, la creatura-sposa dice al suo Signore:

“Ama colei che, benché degna di odio, ti ama”.

Essa si riconosce implicitamente nella situazione paradossale di Simon Pietro: io ti ho tradito, ho fatto ciò che non solo è degno di odio, ma è espressione di odio; eppure tu sai che io ti amo. L’amore che io provo per te possiede dentro di me un’evidenza che io stesso non comprendo ma che è in qualche modo impossibile da scalfire, per questo ti dico:
“Ama colei che, benché degna di odio, ti ama”.



L’identificazione in quell'io vale anche nell’altro senso: non dunque io, oggi, nel 2017, ma io Eva-Adamo, umanità di tutti i tempi, secondo l’interpretazione tradizionale del Salmo 60,3: 

“Dall’estremità della terra io grido a te, nell’angoscia del mio cuore”.
(Fonte: 
Antholghion di tutto l'anno,
Rivista Mysterion 1/2014
Dispense disponibili Parrocchia SS. Annunziata e S. Nicolò di Contessa E.)