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lunedì 28 aprile 2014

Hanno detto ... ...

ANTONIO POLITO, direttore de Il Corriere del Mezzogiorno
Se continua così, Renzi rischia di arrivare alle europee vantando come unica sua riforma l'abolizione del CNEL

MATTEO RENZI, premier
"La frase di Silvio Berlusconi sui tedeschi e i 'lager mai esistiti' è sbagliata e inaccettabile così com'era assolutamente inaccettabile e vergognosa quella di Beppe Grillo sulla Shoah. 
Sono entrambi in campagna elettorale" 

GIANNI RIOTTA, giornalista de La Stampa
Da fine ’800 alla globalizzazione

I pontefici al centro della Storia

Rivoluzione industriale, guerre, dittature, vecchi e nuovi mondi dietro i 4 papi

Roma ha conosciuto molti appuntamenti con la Storia, tragici, gioiosi, indimenticabili. Ieri, nella giornata cui la fantasia popolare ha dato il nome di una trattoria da gita fuori porta, «Quattro Papi», la capitale della Repubblica e ospite della Città del Vaticano, ha però collezionato tanta Storia, davanti a 800.000 pellegrini, telecamere e web, quanta tre secoli non bastano a contenere. San Giovanni XXIII è nato nel 1881, quando la Regina Vittoria regnava sulla Gran Bretagna, l’Italia aveva 20 anni, la Rivoluzione industriale dilagava in Europa e il commercio, non la guerra, sembrava il futuro.  

San Giovanni Paolo II è nato invece nel 1920, dopo la follia della Prima Guerra Mondiale in cui San Giovanni XXIII aveva servito, come tenente della Sanità. Papa Wojtyla veniva dalla Polonia, il paese che innesca la II Guerra Mondiale e che ora, nella più acuta crisi internazionale del XXI secolo, fa da retrovia all’Ucraina, sotto pressione russa. Le decine di migliaia di pellegrini polacchi in Vaticano testimoniavano il ricordo di un paese prima smembrato, poi soggiogato per mezzo secolo dal Cremlino. 

La forza della Storia era anche nei due papi in vita, Benedetto XVI e Francesco. Papa Ratzinger, costretto a 16 anni in divisa come tutta la sua generazione, in un’unità antiaerea a Obergrashof, (quando ci sarà di nuovo, dopo Roncalli e Ratzinger un papa ex soldato?), poi teologo progressista della rivista Concilium e quindi sdegnato per gli eccessi del movimento studentesco del 1968 e da certe derive, a suo giudizio eccessive del Concilio Vaticano II varato da San Giovanni XXIII, teologo conservatore, consigliere di papa Wojtyla e suo successore.  

Papa Bergoglio portava invece il mondo nuovo delle Americhe, periferia diventata centro. Wojtyla aveva combattuto i totalitarismi nazista e comunista e infine il consumismo decadente. Giovanni XXIII, figlio di mezzadri bergamaschi, aveva saputo vedere il conformismo nella Chiesa, la riluttanza ad accettare l’età moderna e aveva introdotto i riti contemporanei, lasciandosi alle spalle secoli di tradizioni, spesso meravigliose –il Canto Gregoriano!- ma che nella frenesia del Novecento più non venivano ascoltate dai fedeli.  

Bergoglio –che ha assistito agli orrori delle dittatura in America Latina, ricavandone scetticismo sul libero mercato e gli Stati Uniti- è papa post-moderno. Attento a un mondo dove le ideologie politiche o morali, Wojtyla che sgrida il prete e poeta sandinista Cardenal, Ratzinger che chiude sulle innovazioni etiche, contano meno della pratica comune, il dialogo, l’incontro in una rete di relazioni, virtuali o personali, tra Chiesa e realtà. Dove «realtà» non è più solo la gerarchia, come sembrava spesso –magari erroneamente- con Ratzinger, o la Chiesa intera, come sembrava con Wojtyla ma di nuovo, come ai tempi di Roncalli, «tutta» l’umanità, cattolici e no, fedeli e no, ciascuno «pecorella» cara al «pastore». Quando Bergoglio cita la fede semplice che gli viene dalla nonna, certi nasi raffinati, in Vaticano e no, si arricciano «la teologia della nonna, ora!». Ma non si tratta di ingenuità.  

Se volete capire la macchina di simboli storici, politici e di fede che Bergoglio ha messo in moto con la canonizzazione parallela di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, rileggete il racconto «Padre Sergio» di Tolstoj, il protagonista ufficiale brillante, deluso dalla corte dello zar, che diventa monaco celebre, poi eremita in odore di santità, ma che quando si perde e diventa vagabondo, capisce che la fede semplice di una casalinga, sua ex compagna di giochi da bambino, è più vicina a Dio del suo misticismo narcisista. Chi ancora equivocasse sull’«ingenuità» di Francesco, dimenticando il candore delle colombe e l’accortezza dei serpenti evangelici, rilegga un editoriale del Washington Post di tre anni fa, a firma del columnist E. J. Dionne (http://goo.gl/eccxj), che per smussare i contrasti nella Chiesa tra conservatori e riformisti suggeriva, con sottile diplomazia da analista politico, appunto di celebrare insieme Wojtyla e Roncalli, neutralizzando polemiche e fazioni. 

Quante altre istituzioni al mondo sono in grado di mettere in campo tanta storia, in un solo giorno? Dopo le amarezze, gli scandali, le divisioni, è stata una buona giornata per i cattolici. I problemi di Francesco restano enormi, in Europa e America le chiese romane si svuotano, tanti cattolici lasciano la fede, per delusione o indifferenza, il «materialismo» attrae più della religione. Ma il Novecento ha lasciato il dubbio –non ci parlano di questo dubbio Kafka, Beckett, T.S. Eliot?- che la luce assoluta della ragione, temuta dal filosofo Adorno, non illumini l’Eden, ma anche il lager, la solitudine, l’alienazione. 

Celebrando con Ratzinger due papi santi, papa Francesco è sembrato chiederci, con la sua sorridente profondità, ma quando la Costituzione europea negò senza eccezioni un sia pur minimo riferimento alla remota tradizione religiosa, mentre gli Americani hanno «In God we Trust» e «A nation under God», per venire poi bocciata dai cittadini, non si trattò forse di un errore? Forse tra le ideologie finite non c’è pure il muro di filo spinato tra Chiesa e Stato, sempre divisi da una Porta Pia di diffidenze, vecchie ormai di secoli? 
Non ci può essere nel presente un diverso dialogo tra politica e religione, tra ideali civili e fede, tra laici e cattolici, tra atei e cristiani: non ci sentiamo forse in tanti, di giorno in giorno, protagonisti di queste diverse parti nel nostro tempo?

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