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giovedì 3 gennaio 2013

Vicende della nostra Storia - Conoscere cosa è accaduto ieri per capire perchè siamo arrivati a Totò Cuffaro, Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta

Quegli anni successivi al 1812
Abbiamo iniziato una carrellata della Sicilia in età contemporanea, quel periodo che inizia con la fine del feudalesimo e che continua ancora oggi.
Questo periodo non può essere capito se non si dà il dovuto spazio di analisi al sorgere in Sicilia del fenomeno mafioso.
Sotto il regime dei baroni era in capo a costoro la gestione della giustizia, della amministrazione (sia pure mediante i giurati) e dell'emanazione delle regole di vita.
Sul finire del settecento il sistema di potere baronale era stato attenuato dalle riforme del vicere illuminista Domenico Caracciolo, ma bisogna attendere il 1812 per vedere dichiarato defunto il feudalesimo.
 
LA PUBBLICA SICUREZZA
I baroni vigendo il feudalesimo disponevano di manipoli armati al proprio servizio ed erano responsabili della sicurezza pubblica  negli sterminati latifondi dell'interno dell'isola.
Nel 1812, essendo i baroni divenuti pure loro cittadini, con il semplice status di proprietari dei latifondi, e non disponendo dei poteri pubblicistici precedenti, a chi competeva garantire la sicurezza pubblica ?


Il Parlamento riformato del 1812 non si pose -con l'urgenza richiesta- in animo di affrontare problematiche importanti come:
-come riscuotere le imposte (di cui in precedenza si occupavano le Università controllate dai baroni);
-a chi assegnare il diritto di punire  i delinquenti (di cui in precedenza si occupavano i giustizieri scelti dai baroni);
-da chi dovevano dipendere gli uomini armati sul territorio (che in precedenza dipendevano esclusivamente dai baroni).
Passarono anni senza che si  addivenisse a soluzioni legali ed in quei frangenti fu ovvio che nelle campagne regnasse l'anarchia.
Gli antichi baroni, adesso semplici latifondisti, avevano da tutelare i loro ingenti interessi patrimoniali e di certo non attesero per "attrezzarsi" che da Palazzo dei Normanni arrivassero le disposizioni "moderne".
Disposizioni che comunque quando arrivarono asserirono che la Sicurezza Pubblica competeva esclusivamente allo Stato, nella persona del Re. Sembra, oggi, una asserzione ovvia, ma dopo secoli di competenza dell'ordine pubblico ai baroni, quella non fu una novità da poco. Stava per nascere lo Stato Centralizzato, con gli inevitabili contrasti fra gli apparati dello Stato ed i baroni esautorati.
Quando il 23 luglio 1817 finalmente arrivò la legge secondo cui lo Stato Centrale (il Re) assumeva su di sè la competenza della Pubblica Sicurezza nacquero le Compagnie d'Arme col compito di garantifre la sicurezza nelle campagne, di collaborare all'esazione dei tributi e di scortare il trasporto del denaro nei capoluoghi delle sette province dell'isola.
La struttura creata era così articolata.
1) In ogni provincia insistevano i comandi dei reggimenti  di milizia provinciale destinati a coordinare i battaglioni dislocati in ciascun distretto della provincia,
2) Il battaglione dei distretti era articolato in "Compagnia d'Armi" per ciascun circondario ricadente nel distretto.
3) Ogni Compagnia d'Armi comprendeva un capitano e 18 militi. Militi ben pagati, però armi e vestiario erano a loro carico ed ogni milite aveva l'obbligo di mantenere un cavallo completo di bardatura.
Obbligo delle Compagnie d'armi era quindi di garantire la tranquillità nelle campagne. Esse rispondevano dei furti con violenza.
E' questo il periodo in cui in Sicilia si sviluppa la fiorente industria dell'abigeato, il furto di bestiame.
Il capitano della Compagnia avrebbe dovuto rispondere dei furti e danneggiamenti all'interno del territorio assegnatogli ed era, a questo scopo, tenuto a costituire una cauzione.
Da quanto andiamo descrivendo stiamo evidenziando che il Servizio di Pubblica Sicurezza in realtà non era gestito dallo Stato ma da privati che lo ottenevano in appalto.
In pratica il Servizio di Pubblica Sicurezza in Sicilia è stato affidato a gente d'armi, a persone con doti  poco di buono, a cui veniva dallo Stato affidato un territorio.
Siccome la violenza all'interno dell'isola dilagò, spesso ad opera dei componenti delle Compagnie d'Armi, fu facile sottrarsi alle responsabilità di doverne rispondere in quanto i confini dei circondari, dei distretti, erano assolutamente incerti. Erano stati tracciati sui confini delle antiche baronie, infatti.
Nei territori che ricadevano nei circondari di Trapani, Alcamo, Corleone, Termini l'alibi degli innumerevoli reati di abigeato divenne quello che fossero sempre avvenuti al di quà o al di là di imprecise linee di delimitazione. Contessa (Entellina) fu un territoriom dove l'abigeato divenne reato di ogni giorno.
I capitani d'arme  asserirono sempre che quanto accadeva era avvenuto entro il territorio di un altro distretto. In pratica i confini erano descritti con toponomi non in uso da secoli ed altri di difficile individuazione. Ad un toponomo spesso nessuno, proprio nessuno, sapeva a quale luogo corrispondesse.
In buona sostanza confini dei Comuni e dei distretti non compaciarono mai e fu sempre facile non individuare quale Capitano dovesse rispondere dei reati sul territorio.
Lo Stato, la Giustizia, sin dal sorgere dell'era contemporaneae, in Sicilia furono questi sentieri sempre assenti.
L'artificiosa difficoltà di individuazione territoriale serviva ovviamente al clima del tempo. Compagnie d'Armi e banditi si scambiavano i favori e spesso si identificavano, e le ricerche dei "banditi" si impantanavano nelle controversie territoriali.
Tutti i furti e gli abigeati in pratica avvenivano in territorio di nessuno.

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