StatCounter

martedì 24 aprile 2012

Chè cos'è il "sacro"? (ç'èshtè tè "hjeruashmit"?)------

                                                                                                                                                                                 da Radio Vaticana 23 aprile 2012
      La bellezza dell'arte per rieducare al senso del sacro.
In un’epoca di forte scristianizzazione, specie in Occidente, in che modo l’arte a tema religioso può rieducare al senso del sacro? Il tema è da questa mattina oggetto di dibattito al Pontificio Istituto Orientale, che ospita il Convegno internazionale dal titolo “Iconostasi e Liturgia Celeste”. Ad aprire e concludere i lavori è mons. Cyril Vasil’, segretario della Congregazione per le Chiese Orientali. 
Alessandro De Carolis lo ha intervistato:
R. - La bellezza, come espressione della presenza di Dio, mi sembra possa essere utilizzata anche nel mondo di oggi, perché la gioia, la bellezza e il decoro già mille anni fa hanno commosso i popoli pagani, spingendoli ad abbandonare il culto pagano e ad accettare il messaggio di Dio che abita in mezzo agli uomini. Anche oggi, all’inizio del terzo millennio, le persone cercano gioia e bellezza. Ma esse non si possono percepire rimanendo nell’ambito del vecchio o nuovo paganesimo. Per le persone di oggi, sfiduciate da mille proposte del libero mercato delle idee, il decoro è anche la profonda e mistica bellezza delle celebrazioni liturgiche del tempo sacro, dello spazio sacro. La liturgia, l’edificio del culto possono diventare un impulso alla profonda ricerca della verità della loro vita, la ricerca che li condurrà a Colui che è la Via, la Verità, la Vita.
D. - C’è oggi, secondo lei, una difficoltà a decifrare l’arte sacra contemporanea rispetto ai canoni classici che caratterizzavano quella del passato?
R. - Se parliamo dell’arte, parliamo di un linguaggio. La difficoltà di oggi sta proprio nella frammentazione del linguaggio e nell’incapacità di avere una chiave di lettura unica. Quello che invece offre anche la tradizione dell’oriente cristiano è proprio la capacità di parlare attraverso un linguaggio comprensibile al cultore. Quando si trova una “soggettivizzazione” dell’espressione, sia linguistica che artistica, ciò diventa un ostacolo alla comunicazione: diventa un’auto-comunicazione e non una comunicazione delle verità oggettive. In questo senso, quando si parla della sacralità espressa nelle liturgie orientali, si tratta di un linguaggio che si è sviluppato nell’arco dei secoli, ma che viene spiegato attraverso la catechesi liturgica, attraverso la vita della Chiesa e diventa così strumento vettore di una verità.
D. - Il vostro Convegno rappresenta l’inizio di un percorso: in che modo pensate di proseguirlo?
R. - Intanto, questo convegno si colloca nell’ambito della Chiesa italo-albanese, che da secoli rappresenta un polmone orientale in terra italiana. Si apre qui, al Pontificio Istituto Orientale, che è la casa degli studi superiori qui a Roma voluto dai Pontefici, e proseguirà poi il 6 e 7 luglio nella Piana degli Albanesi in Sicilia e alla fine di agosto nelle parrocchie di Lungro in Calabria. Attraverso questa continuazione, in fondo, si ripercorrono vari luoghi dove la presenza degli orientali è significativa sia per l’aspetto storico - come può essere quello delle migrazioni che hanno toccato nei secoli precedenti l’Italia e hanno portato qui ad una radicazione del rito orientale - sia attraverso Roma, che in fondo nella sua specificità rappresenta l’intero universo, l’intera ecumene. Il Pontificio Istituto Orientale è il luogo dell’incontro tra Oriente cattolico, Oriente ortodosso e la Chiesa latina.

Nessun commento:

Posta un commento