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venerdì 15 aprile 2011

Quando i naufraghi eravamo noi

di Gian Antonio Stella
autore di
(2003 - L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi , Rizzoli)

Corriere della Sera - 8 aprile 2011

Nel corso del Novecento il forte flusso di immigrati italiani verso l’America ha fatto molte vittime, a causa dei frequenti naufragi che avvenivano durante il viaggio a bordo di navi spesso sovraffollate.
A pagare con la vita erano soprattutto i viaggiatori più poveri, coloro che si recavano in America in cerca di lavoro e di una vita migliore. Moltissimi italiani si imbarcarono in questi viaggi della speranza e, dunque, le vittime italiane furono numerose. Questi episodi rappresentano un capitolo tragico ma molto significativo della storia dell’emigrazione nel XX secolo.

La sera del 4 agosto 1906 il mare depositò sulla spiaggia di Cartagena, in Spagna, un lattante tutto fasciato. Era vivo. Miracolosamente vivo. Dissero i parrocchiani della vicina chiesa, recitando un pateravegloria, che solo il buon Dio poteva aver salvato quella creatura. Lo dissero mentre allineavano sulla sabbia, a decine e decine, i corpi restituiti dalle onde dei poveretti annegati nel tragico naufragio del vapore Sirio, partito due giorni prima da Genova e diretto a Gibilterra per poi affrontare l’Atlantico verso il Brasile. Furono 292 i morti, secondo il Lloyd, che voleva ridimensionare il più possibile la catastrofe dati i torti degli armatori (il Sirio non aveva le doppie eliche né «paratie stagne e doppiofondo continuo» né le scialuppe sufficienti per tutti i passeggeri, come imponeva la legge impantanata alla Camera dalla potente lobby della marina mercantile) e i torti dell’equipaggio, partito senza carte nautiche (!) e piombato a tutta velocità sugli scogli di capo Palos. Ma stime più serie dissero: almeno quattrocento. Forse cinquecento. […]
Felice Serafini, che prima della partenza era passato dal fotografo Recalchi di Arzignano, Vicenza, per lasciare ai parenti una foto a ricordo (lui al centro in giacca, panciotto e camicia candida, una mano sulla spalla della moglie, i figlioletti intorno) vide sparire tra i flutti l’intera famiglia. Raccolto da una scialuppa, fu portato a Cartagena: «Venimmo tosto aiutati da quella buona gente che ci diede da mangiare ciò che aveva lì per lì e cioè pane, sardine, frutta e un po’ di vino. Rifocillati alquanto ci si condusse ad un teatro e quivi passammo la notte. E Dio mio, che notte! (...) Il cuore ci scoppiava in petto dallo strazio che provammo al pensare ai nostri cari scomparsi nel naufragio in modo così brutale. Mia moglie, i miei figli, gridavo io dal mio giaciglio giungendo le mani al cielo...» . La mattina dopo, girando disperato tra i sopravvissuti, ne trovò due, dei suoi bambini. Gli altri sei e la moglie Amalia che era incinta del nono, erano stati ingoiati dal mare. Quello del Sirio fu solo uno dei tanti naufragi della nostra emigrazione. Bisognerebbe ricordarle nelle scuole, quelle tragedie. Almeno le più spaventose. Come l’affondamento dell’Utopia (pensate che nome, per un vapore che portava i nostri nonni verso il sogno...), un bastimento inglese che, partito da Trieste e fatta tappa a Napoli, portava 3 passeggeri di prima classe, 3 clandestini, 59 membri dell’equipaggio e 813 emigranti, quasi tutti italiani e che la sera del 17 marzo 1891, con un tempo pessimo e visibilità ridotta, davanti al porto di Gibilterra, sbagliò manovra, andò a sbattere contro il rostro di una corazzata alla fonda e colò a picco in pochi minuti inghiottendo 576 poveretti. Poco meno, 549, furono le vittime in gran parte italiane (erano molti, quelli che preferivano raggiungere in treno Le Havre per accorciare il viaggio in mare) del Bourgogne, un piroscafo francese che affondò il 4 luglio 1898 dopo una collisione con il veliero inglese Cromartyshire al largo della Nuova Scozia. Un’ecatombe che fermò il respiro a tutti con la pubblicazione sulla prima pagina del “Petit Journal” di Parigi di un’agghiacciante illustrazione dei corpi buttati sulla spiaggia. E come dimenticare il Principessa Mafalda? Era stata a lungo la nave ammiraglia della flotta commerciale italiana, ma il giorno in cui salpò per il suo ultimo viaggio fatale, l’11 ottobre 1927, era così vecchia e sgangherata che al ritorno avrebbe dovuto essere smantellata. Per otto volte i motori si fermarono nel Mediterraneo. Per otto volte li fecero ripartire. Il segnale era inequivocabile: fermatevi! Macché: il capitano Simone Gulì, di cui resta una foto con Pirandello, s’avventurò nell’oceano. Si fermò per riparazioni a Dakar e poi anche a São Vicente di Capo Verde. Ma la vecchia tinozza era ormai alla fine. Avrebbe raccontato mezzo secolo dopo al «Clarín» la signora Flora Forciniti, che con la mamma e due fratelli doveva raggiungere a Buenos Aires il padre e i fratelli, che la Mafalda navigava così storta «che la mattina non potevamo appoggiare la tazza con il caffelatte perché si sarebbe rovesciata». Finché, al largo del Brasile perse l’asse di un’elica e «l’acqua si lanciò all’assalto come un nemico avido di preda».
L’orchestra di bordo, che stava suonando un black bottom, smise di colpo. Il violinista posò il violino, il trombettiere la tromba. E scoppiò il panico. Quando arrivarono in soccorso le navi richiamate dall’Sos, centinaia di naufraghi tentavano di restare a galla attaccati a salvagenti, tavole, botti, casse... Le acque erano infestate di squali. Un marinaio poco più che ragazzino cedette il suo salvagente a un vecchio che implorava aiuto, e si buttò in acqua con lui per trascinarlo alla scialuppa più vicina. Un pescecane l’attaccò, lui lanciò un urlo straziante. Si chiamava Anacleto Bernardi, era figlio di immigrati italiani. Il Duce, deciso ad abolire le cattive notizie, ordinò di esaltare l’eroismo del comandante e minimizzare la tragedia. Il “Clarín” avrebbe contato 657 morti. Il “Corriere”, sotto il bastone del regime, titolò: «Poche decine le vittime». La linea fu dettata dal Minculpop: «Delle cause del sinistro poco si sa; si parla di scogli, si parla di un’esplosione. Comunque — si può asserirlo con riverente amore per la nostra ardita e potente Marina mercantile — la sventura non è da attribuirsi né a imperizia né a negligenza dell’equipaggio, ma a una tremenda fatalità».

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