StatCounter

sabato 14 agosto 2010

La doppia vita di Giuseppe Pitrè

Abbiamo scritto pagine e pagine per convincere coloro che non vogliono essere convinti della bontà di conservare l’identità storica di ciascuna comunità. In questo Ferragosto 2010, che segue i danni procurati da un prete di Cianciana che nulla sà della terra che generosamente lo ha ospitato dieci anni fà, riteniamo di dover ricordare un grande siciliano, Giuseppe Pitrè, uomo che amò la nostra terra, la terra di Sicilia, come pochi altri. Un progressista che sapeva saldarsi al passato.
Il ritratto che segue è di Daniela Gambino
E’ lui l’autore del “tutto” ovvero della “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, la monumentale summa pubblicata in 25 volumi fra il 1871 ed il 1913, che nessun autore siculo può esimersi, non dico dal leggere per intero, ma certamente dal consultare. Come si legge nel bel libro di Pasqualino Manzo, “Storia e Folklore nell’opera museografica di Giuseppe Pitrè”, Giuseppe Pitrè nasce a Palermo, nel quartiere Borgo Vecchio, il 22 dicembre 1841. E’ povero, suo padre fa il marinaio e muore giovane. Sua madre, Maria Stabile, riconosce da subito il talento del figlio e fa di tutto per mantenerlo agli studi. Pitrè le corrisponderà affetto ed infinita gratitudine per la vita, la considererà un punto di riferimento per i suoi studi e dedicherà a lei nel 1871 la sua raccolta di canti popolari. Era un idealista, un instancabile affabulatore, un entusiasta. Nel 1860 corse ad arruolarsi con Garibaldi e militò nelle sue file per un anno. Quando scoppiò il colera a Palermo lui, che nel frattempo era diventato medico, si prodigò per curare i malati della Kalsa, un quartiere allora popolare, abitato prevalentemente da pescatori. Attraverso questo lavoro che lo assorbiva molto, entrava nelle case, raccoglieva confidenze, curava corpi ed anime, apprendeva le abitudini, gli usi ed i costumi del popolo siciliano. Pitrè lavorava incessantemente: nemmeno quando perse due dei suoi figlioli, ai quali era visceralmente legato (dedicò a Rosina e Salvatore due raccolte) si concesse pause. Si svegliava prestissimo, e diventava studioso e scrittore per quattro ore, dopodiché saliva sulla sua carrozzella coperta ed andava in visita ai malati, rivestendo i panni del medico. La sua carrozzella era nota in città, veniva spesso fermata per chiedergli consulti. Eppure il suo studio non incontrava i favori sperati: Cantù gli scrisse una lettera in cui lo confortava. “si butta fango agli uomini di maggior valore”, gli diceva. Era insomma “considerato bravo letterato fra i medici e bravo medico fra i letterati”. Per difendersi dagli attacchi Pitrè fu costretto a disconoscere se stesso. Lo racconta così in una lettera del 1914.
“Quando pubblicai le fiabe il –Corriere di Palermo- cominciò un articolo così: ^Il dottor Pitrè ha pubblicato quattro volumi di porcherie^, e da clienti rispettabili mi si chiese come mi fossi persuaso a farlo affidandomi essi in cura le loro figliole”.
I due Pitrè convivevano e non si conoscevano, era solo un curioso caso di omonimia, ecco tutto, almeno così dichiarava il medico, immagino, a quanti gli chiesero “ma lei è il Pitrè quello delle fiabe ?”. Poi cominciarono a fioccare i riconoscimenti internazionali e nel 1903 egli assunse la Presidenza dell’Accademia delle lettere, scienze e d’arti di Palermo. Grazie al suo lavoro l’istituzione ebbe ampia fama, così cole la Società di storia patria, di cui fu anche presidente. Ne “il colera nello studio delle tradizioni popolari d’Italia” lo stesso Pitrè scrisse:
“Nelle epidemie ultime (1866-1867) io, baldo allora di gioventù, fui medico mandamentale dei colerosi di Palermo. Molte cose vidi e osservai in quei giorni dolorosi alla Kalsa: ma non è questo luogo acconcio … Bensì perché tutto il mondo è paese, e quel che si crede in Palermo e in Sicilia si crede disgraziatamente fuori, mi limito qui a dare gli appunti che in queste settimane passate ho spigolato in libri, aggiungendovi di mio alcuni pregiudizi dei quali posso far fede”.
Nel 1895 Pitrè rifiuterà la carica di sindaco accettando quella di consigliere. Avvertiva l’inadeguatezza dello Stato unitario, il malcontento che albergava nelle campagne, l’aumento del banditismo, e ripristinò una festa importante, dedicata a Santa Rosalia.
Fu solo amore per le tradizioni ?
O un modo per riconoscere ai bisogni del popolo, alle sue icone, la giusta dignità ? Lui, un uomo progressista che aveva lottato per unificare l’Italia, per cambiarla radicalmente, allo stesso tempo affannosamente ricostruiva il passato e le radici. Il suo era un tentativo di ricucire le diverse anime della città, di quella città che con le sue paure e le sue leggende, rappresentava le istanze di un intero mondo che voleva essere compreso e ricordato.
Nel 1910 gli venne conferita una cattedra universitaria e nacque così la demopsicologia. Quando ricevette la nomina di senatore del Regno il 30 dicembre 1914, nello stesso anno le sue fiabe sbarcarono in America, per le edizioni Crane. E piacquero, anche. Lui lo aveva sempre saputo: il mondo ha una radice comune di saperi e di tradizioni che bisogna solo avere la pazienza e lo spirito di scoprire.
tratto da (101 storie sulla Sicilia ...)

Nessun commento:

Posta un commento