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martedì 6 aprile 2010

I giornali (alcuni) con caratteri cubitali chiedono le dimissioni del Papa, Ratzinger dice "I sacerdoti siano angeli" , Padre Mario dice di chiudere i portoni e l'edificio millenario della Chiesa è sottoposto a pressioni

“I sacerdoti siano angeli”

E’ stato un lunedì di Pasqua carico di ansie e di veleni quello trascorso ieri in Vaticano. Papa Benedetto XVI ha fatto della Speranza il tema del suo breve discorso a Castelgandolfo. La Speranza per superare lo scandalo dei preti pedofili, un macigno che sta diffondendo sempre più, nei vertici ecclesiali, la sindrome dell’accerchiamento.
Ieri il Papa ha tentato di tranquillizzare il gregge dei credenti, citando Tertulliano: “Tutti noi, tramite il battesimo e la cresima, riceviamo la missione di angeli, messaggeri del Cristo e della sua resurrezione, nonché della sua vittoria sul male e sulla morte. In particolare, attraverso il sacramento dell’ordine, la ricevono i sacerdoti”. Un passaggio questo che suona come un richiamo ai doveri del clero.
Abbiamo scritto ieri che arriveremo ad affrontare questi aspetti e queste problematiche che stanno mettendo in serie difficoltà la Chiesa, la Chiesa struttura umana, intendiamoci. Altra cosa è la Chiesa dei credenti che non necessita di strutture e sovrastrutture e secondo taluni di caste professionali. 
Nostro interesse più specifico è però, lo si ritrova nel motivo di essere del nostro blog, quello di partire comunque dal nostro specifico locale, da Contessa Entellina, da Papas Nicola, da Padre Mario Bellanca e dal mondo che sta loro attorno per poi dare uno sguardo fuori da noi. Voler trattare il tutto è impossibile, a noi interessano i piccoli squarci.

Il clero
A Contessa il clero ha avuto un ruolo fondamentale, diciamo pure essenziale per la crescita comunitaria. I sacerdoti che sono venuti nel XV dall’Epiro erano tanti, erano sposati, erano persone comuni, erano contadini, avevano famiglia, erano guide delle loro famiglie ed erano riferimento della comunità. Il rispetto nei confronti dei preti non era dovuto alla tunica (che probabilmente non avevano in quei tempi di travaglio socio-economico). I preti erano portatori di una cultura, di una mentalità semplice fondata sull’essenziale della vita cristiana. La loro semplicità non differiva da quella degli altri profughi albanesi che venivano a ricreare una nuova esistenza nel meridione dell’Italia. Allora nessuno, proprio nessuno, avrebbe fatto differenza di tipo sociale fra una famiglia di un ‘papas’ e la famiglia di un laico. No, nella cultura bizantina di cui i primi profughi erano impregnati fino al midollo, essere prete, essere contadino, essere milite, essere calzolaio era un tutt’uno. La religiosità non era una caratteristica del ‘papas’, verosimilmente il fervore di un contadino poteva spesso essere più visibile, più luminoso, di quello di un papas.
Altra caratteristica degli arbereshe arrivati in Sicilia era che con molta normalità potevano diventava papas; spesso il ruolo veniva trasmesso da padre in figlio. In una famiglia (allora sempre di tipo patriarcale) vi erano quattro, cinque ‘papas’, spesso fratelli fra loro. Essi non erano remunerati né con la congrua che arriverà con Benito Mussolini, né con l’otto per mille che arriverà con Bettino Craxi. I capitoli di Contessa, quelli rilasciati dai Cardona, solo per l’arciprete prevedono particolari benefici. Gli altri papas, che nella fase iniziale della nostra comunità, erano in numero di venti, trenta e probabilmente ancora più numerosi, non rientravano nei benefici concessi alla Chiesa. Diventare papas significava non avere ruoli economico-sociali differenti dagli altri contadini, vignaioli, allevatori. Significava essere più sensibili, quasi guardiani della conservazione dei costumi ideali (la fede, la liturgia, la lingua, la mentalità cristiana), tradizionali e concreti. Essi istillavano la curiosità verso il mondo circostante, occidentale, papista, senza consentire comunque di assorbirne acriticamente i virus che avrebbero portato alla metamorfosi della comunità. Erano in buona sostanza la parte ‘naturalmente patriarcale’ della comunità, erano uomini di forti valori. La loro formazione liturgica non avveniva in seminario, struttura inesistente anche per i latini (arriverà infatti nel dopo Concilio di Trento), ma dalla frequentazione della Chiesa, dalla frequentazione degli anziani, dai pochi libri salvati o che portano i “vescovi viaggiatori” che percorrevano sistematicamente il meridione d’Italia su mandato del patriarcato di Ocrida (Macedonia).
In buona sostanza la differenza fra il ‘papas’ e il canonico latino (degli altri paesi viciniori) stava nel fatto che il ‘papas’ era uno fra altri membri della comunità che viveva dei medesimi sacrifici (il lavoro dei campi, prevalentemente), il canonico era uno che iniziava ad intraprendere l’ascesa sociale per sé e la propria famiglia. Il canonico, è testimoniato da vari documenti storici e sociologici elaborati dall'Università di Palermo, del cinque/seicento diveniva prete provenendo da una famiglia di ‘burgisi’, spesso da ‘gabellotti’, che con i sacrifici della famiglia riceveva implicitamente fin dall’ordinazione un mandato: doveva con i proventi della sua attività (mestiere ?) nella Chiesa far studiare uno o più nipoti (figli dei fratelli) per farli divenire giureconsulti, medici, farmacisti. Nel mondo siciliano del cinquecento l’elevazione sociale (la mobilità sociale) ha alla fonte, alla sorgente, proprio un prete, primo anello che cederà -come detto- il primato familiare ad un erede giureconsulto, notaio e così via. Essere canonico per favorire le generazioni familiari future.
E’ ovvio che, vivendo in Occidente, col tempo anche fra i papas viene intrapreso il percorso di divaricazione dal resto della comunità. Ma il fenomeno non sarà mai paragonabile a quanto oggi ci mostrano gli studi sociologici sulla chiesa latina.

Una cosa è certa:
la facoltà che i papas hanno di potersi sposare ha fatto sì che essi non si siano mai allontanati dal comune pensare delle nostre comunità. La chiesa bizantina di Sicilia, di Calabria, non è mai stata oggetto di critiche e di attacchi nemmeno dagli ambienti più anticlericali dell’Ottocento o del primo Novecento, se non per circostanze circoscritte. Non è mai stata, la Chiesa bizantina, una distributrice di idee, di raffinatezze intellettuali, di vocazioni discriminanti di tipo borghese, che l’abbiano spinta lontana dal comune pensare comunitario.
Quanto da noi tratteggiato finora è ancora oggi possibile rilevarlo visitando i paesi delle montagne montenegrine, serbe, russe, rumene ed anche siriane ed in forma molto più accentuata fra i copti ortodossi d'Egitto ed Etiopia. I papas di questi paesi non vivono dell’otto per mille ma del lavoro, che spesso è quello dei campi. Quei papas con famiglia sono parte non distinta dal resto della comunità. Le loro preoccupazioni per l’avvenire dei figli sono le preoccupazioni di tutti gli altri membri della collettività. I papas però sono persone rispettate perché hanno assunto un ruolo di guida spirituale e di conservazione della fede dei padri.
La Fede in quegli ambienti ancora integri non è infatti qualcosa di distinto dal modo di vivere, dalle problematiche di ogni giorno. Vivere è conoscere il percorso che tocca fare giorno per giorno.
Vale la pena visitare i paesini della steppa russa (piuttosto che Pietroburgo), dove ottant’anni di dittatura comunista non ha intaccato il modo di vivere (intendendo i valori) delle comunità cristiane, che si sono viste uccidere decine di migliaia di ‘pope’ (si calcola che solo Stalin ne eliminò un cinquantamila) ma che oggi con normalità, con abitualità, si ritrovano con i nipoti di quei trucidati che esercitano l’attività di medico, artigiano ed altro ancora e che nello stesso tempo svolgono il ruolo di ‘pope’. Essere pope non è in buona sostanza un mestiere. Ad avere professionalizzato il ruolo di prete (a creare la casta) è stata inizialmente la Chiesa d’Occidente, Roma.

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