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venerdì 31 dicembre 2010

Auguri di buon Anno ai fedeli ed ai loro pastori di Contessa Entellina

   Ci viene segnalato da alcuni (molti) lettori il disinteresse, da qualche tempo in quà, alle vicissitudini del nostro clero e alla barca eparchiale che naviga in acque sempre agitate.
Non è così !
Nel 2010 il blog ha seguito con sufficente puntualità tutti i passaggi che hanno interessato la comunità credente di Contessa Entellina. Se recentemente siamo passati ad altri temi ciò è avvenuto perchè vorremmo capire se talune, ancor oggi rilevate, circostanze strane sono frutto di distrazioni o se sono fisiologiche alla vita della nostra Eparchia.
  Per dirla in poche parole: il nostro non è disinteresse ! stiamo semplicemente meglio documentarci.

  Vogliamo comunque cogliere l'occasione, in questa giornata, per porgere i migliori Auguri di un Nuovo Anno a:
1) Papas Nicola Cuccia, di cui attendiamo di conoscere (dal monsignore Tamburrino) le motivazioni per cui è stato esiliato (punito) a svolgere la missione in altra parrocchia. Lui resta, e non c'è monsignore di Foggia che tenga, il PARROCO dei contessioti.
Il Blog non cesserà di evidenziare questa palese, per ogni contessioto, verità. Assieme ai contessioti, tutti, continueremo pertanto a ritenere cieca e fuori luogo la decisione di un Vescovo che attinge il da farsi da "montagne di carte" e dalle informazioni interessate.
2) Padre Mario Bellanca. Noi lo abbiamo in più modi e tempi criticato per l'approdo a cui ha condotto la sua "Teologia delle porte chiuse"; sappiamo però che Egli ha avuto modo di riesaminare l'intera vicenda e, speriamo noi che abbia avuto modo di rilevare che nella preghiera e nel culto non esistono nè greci, nè latini, nè caldei. A lui auguriamo un Buon Anno da trascorrere secondo le disposizioni ricevute e che lo vogliono a Piana degli Albanesi e non a Bisacquino (alla Madonna del Balzo), dove peraltro, abbiamo appreso, non gli è più consentito di svolgere settimanali "pellegrinaggi" alla guida dei "fedelissimi".
Gli auguri che gli porgiamo sono doppi: quelli del Buon Anno e quelli del Buon decimo anniversario dell'ordinazione, che avrebbe (a nostro parere) dovuto ricordare nella Chiesa di San Vito, a Piana degli Albanesi, e non a Ciaciana. Auguri comunque.
3) Auguri a padre Giorgio Ilardi, il sacerdote che in pochi giorni, in pochi incontri con la gente di Contessa, si è ben fatto volere dalla comunità contessiota. Egli oggi con fede e amore fraterno accoglie nella sua chiesa (Madonna della Favara) tanti, tantissimi, contessioti: greci e latini. Molti fedeli nel suo modo di operare e di porgersi scorgono aspetti che sono propri del comportamento di papas Nicola; ecco perchè la Chiesa è sempre affollata di fedeli, come, purtroppo, al Bellanca non riusciva a causa delle conseguenze di quella maledetta "Teologia delle porte chiuse".
4) Auguri a papas Borzi. Che riesca a fare il meglio possibile in attesa che la Chiesa dell'Annunziata torni ad essere riassegnata a chi i fedeli desiderano: papas Nicola. Egli, papas Borzi, capisce bene che non c'è nei suoi confronti alcun pregiudizio da parte di nessuno. Papas Nicola ha subito sulla propria pelle, con spirito cristiano, la "Teologia delle porte chiuse" e non l'ha nè provocata nè usata. Motivo percui è giusto, è onesto, è doveroso che non venga "punito" da nessuno, e tanto meno da un "delegato" a cui poco importa ed interessa la verità dei fatti.
Certo, sarebbe bene che il papas Sepa, in attesa che giustizia venga fatta, non distribuisse -nè facesse distribuire-, ostie al posto del pane quando somministra la comunione ai malati e agli anziati.
In ogni caso, se gli piace procedere come finora operato, faccia pure come vuole.
5) Auguri a papas Giovanni Stassi, che -sappiamo- riuscirà a poter fruire, finalmente, fra breve della casa canonica di Piano Cavaliere.
6) Auguri pure a Luciano, il diacono.
AUGURI A TUTTI I FEDELI CHE CI SOLLECITANO A SEGUIRE DA VICINO ANCHE LA VITA EPARCHIALE anche se siamo costretti ad usare -in questo compito- lo spirito critico, con nostro dichiarato dispiacere.

Chi guiderà sul piano mondiale l'economia e la finanza globalizzata ?

Il primo decennio del terzo millennio
2000-2010. Sono trascorsi dieci anni, ma sono stati sufficienti a cambiare l'immagine del mondo.
Nel 2000 l'America, gli Usa, erano senza ombra di dubbio l'Impero, la Superpotenza che tutto poteva e tutto decideva da sola, essendo arrivato al collasso un decennio prima il rivale sovietico. Oggi gli Usa sono un paese in evidente perdita di autorevolezza e di prestigio internazionale. Tanti paragonano quel paese all'Impero Romano del V secolo, in via di collasso. Sono bastati 19 dirottatori di Al-Qaeda quell'11 settembre 2001 a violare, per la prima volta nella storia, l'integrità territoriale di quel paese ed a provocare 3.000 morti in una aziione terroristica senza precedenti.
Oggi il potere, il baricentro del potere mondiale si va spostando in Asia. L'Iraq per gli Usa si è rivelato un pasticcio, l'Afganistan un pantano. La finanza americana è oggi poco credibile, affidabile, ed ha innescato la peggiore crisi finanziaria -prima- ed economica -dopo- dal 1945 ad oggi.
La stessa vicenda Wikileaks non è che una manifestazione del declino americano: un paese che non riesce a mantenere il necessaario riserbo diplomatico.
Il G8, il gruppo dei paesi che decidono il destino del mondo, è diventato il G20.
L'America, la paladina della democrazia nel mondo, è più che chiaramente in crisi. Lo era pure negli anni '70, quando il dollaro fu sganciato dall'oro, ma allora eravamo nel dopo-Vietnam ed il Giappone sembrava che stesse per sorpassarla sul piano dell'economia. Allora l'America è riuscita a riprendersi  ed ha continuato a guidare il destino del mondo.
Certo ancora nel 2008 l'America ci ha fatto vedere -per la prima volta- un presidente nero ed un segretario di stato donna; segno che essa continua a puntare, pur nelle enormi difficoltà, nella democrazia.
Un decennio il 2000/2010, al livello planetario, di svolta e di vero interesse storico.
 Nel 2005 -secondo la Banca Mondiale- 1,4 miliardi di persone vivevano in assoluta povertà, mentre nel 2000 erano stati 1,7 miliardi. Il merito di questo miglioramento è della Cina, dell'India e di altri paesi emergenti che hanno accresciuto il benessere della propria popolazione.
 L'auspicio per il prossimo decennio ?

che l'accresciuta ricchezza della Cina possa indurre quel paese verso una vera democrazia.
  Quest'auspicio potrebbe essere, se venisse realizzato, ancora un successo della democrazia americana. Nei confronti del colosso cinese infatti gli U.S.A.  non hanno mai mostrato nè chiusure nè gelosie di competizione economica.  Segno questo che quel paese, l'America, non dispera in un futuro ad esso ancora propizio sullo scenario mondiale.

Le speranze che la regione Sicilia sa proporre nel 2011 a chi versa in stato di bisogno: i cantieri di lavoro

Il Centro per l'impiego di Corleone, nella cui competenza ricadono i comuni di Bisacquino - Corleone - Campofiorito - Chiusa Sclafani - Contessa Entellina - Giuliana - Roccamena, ha diffuso un comunicato con cui invita i lavoratori disoccupati ed inoccupati a presentare l'istanza per l'inserimento nella graduatoria di avviamento negli eventuali cantieri regionali di lavoro, valevole per l'anno 2011.
La domanda potrà essere presentata dal 03-01-2011 al 31-01-2011 dal lunedì al venerdì (dalle ore 9,oo alle ore 13,oo) e nel pomeriggio di ogni mercoledì (dalle 15,30 alle 19,oo).
La graduatoria avrà validità per le eventuali richieste di avviamento che dovessero pervenire dai Comuni nel periodo compreso fra l'01.05.2011 ed il 31.12.2011.
All'istanza bisogna allegare:
1) Copia del documento di riconoscimento;
2) Copia del documento di dichiarazione di disponibilità;
3) Stato di famiglia o sua autocertificazione;
4) copia del certificato di codice fiscale del richiedente e di tutti i familiari in età lavorativa;
5) eventuali titoli comprovanti il diritto alla riserva di cui all'art. 27 della l.r. 27/91, comma 4.
Requisiti:
-età compresa tra i 18 ed i 65 anni;
-residenza in uno dei comuni su cui, eventualmente, verranno aperti i cantieri di lavoro;
-verranno ritenuti a carico i familiari (figli, coniuge, genitori, generi e nuore, adottati, fratelli -purchè conviventi-) che nel 2010 abbiano avuto un reddito pari o inferiore a €. 2.840,51 lordi.
Precedenza in graduatoria
-chi ha un minor numero di mesi lavorati nei 12 mesi antecedenti la pubblicazione del bando;
-chi ha il maggior carico familiare;
-chi precede per età.

2011 - Un anno cruciale

Il futuro, la società diversa da come l'abbiamo finora vissuta, continuerà a bussare sempre più forte a Contessa Entellina, in Sicilia, in Europa e nel Nord America e nel mondo intero nell'imminente 2011.
Contrariamente a quanto asserisce il fin troppo benestante e festaiolo Berlusconi la realtà a venire sarà sempre più dura e sempre meno duttile alle azioni e alle iniziative delle singole amministrazioni e dei singoli governi.
La "normalità" verso cui siamo incamminati, è inutile nascondercelo, implica che la vecchia Europa, il Nord America, l'Occidente cioè deve riadattare i propri livelli di vita. Milioni, centinaia di milioni di "poveri" che vivono su altre terre del pianeta stanno lentamente, ma inesorabilmente, conquistando i loro livelli minimi di sopravvivenza e di dignità; la loro emersione inevitabilmente sta avvenendo a discapito di quelle popolazioni che finora hanno vissuto al di sopra delle possibilità.
Marchione, di cui tanto si parla in questi giorni sui media, colui che sopprime come nulla fosse i diritti sanciti dallo Statuto dei Lavoratori, del 1970, non è spuntato sullo scenario economico-sociale italiano dal nulla. E' semplicistico dire, come in tanti diciamo, i diritti non si toccano. La verità è che se non vogliamo riconoscere i diritti de "mondo che ha fame", sarà il "mondo in movimento" a farceli riconoscere. L'Economia si regge infatti su equilibri invisibili e pertanto il mondo anche nel 2011 continuerà a produrre ricchezza, ma nel mondo quella ricchezza sarà sempre più contesa ed è così che a fronte del Pil dell'Occidente che si riduce c'è il Pil di Cina, India, Russia etc. che cresce.
Per spiegare meglio: la Cina ha comprato il debito della Grecia (almeno in parte) ma gestisce oggi uno dei porti più rilevanti dell'intero Mediterraneo, il Pireo. La Cina continuerà a tenere sott'occhio la "crisi" europea e quella americana con l'intento di espandersi, ma non sotto la pressione delle armi o di quella demografica; la sua crescita socio-economica avviene con l'uso della leva economica.
Il 2011 non sarà quindi facile per noi contessioti, nonostante lo speranzoso Eldorado auspicato dal Sindaco Sergio o la volontà del governatore Lombardo di reggersi a galla a qualsiasi costo con un governo tra i più trasformistici degli ultimi centocinquant'anni in quà. Non sarà facile anche perchè la maggioranza governativa nazionale oltre che fragile è da due anni e mezzo inetta nell'affrontare i sintomi ed i malanni dell'economia, malata non soltanto per il marasma globale del pianeta ma anche per il sistema Italia bloccato e che richiede di essere riformato. Purtroppo per noi italiani l'opposizione vive un disorientamento che non ha nulla da invidiare a quello dei berlusconiani.
Anno cruciale il 2011.
Buon Anno

giovedì 30 dicembre 2010

1948. La miseria attanaglia le zone interne della Sicilia


La Stampa 03-12-1948
L'arsa terra dei feudi che non dà fiore nè frutto
 L'arsa terra dei feudi che non dà fiore nè frutto. Qui ci si fa un'idea di quello che poteva essere l'Italia nel secolo quinto o settimo (Dal nostro inviato speciale) CATANIA, dicembre.
Le nove ore di treno fra Palermo e Catania bastano, senza bisogno di altre informazioni, a dare un'immagine concreta della Sicilia più remota, quella che fa parlare di sé nei drammi della vita sociale. Lungo la fascia costiera, l'impressione è d'una fatica cui sorride il cielo. E' sempre presente in Sicilia una doppia immagine della vita: la fatica degli uomini diligenti, accanita, primitiva; e poi il cielo, l'aria, il mare, fantastici, prodighi, felici. Ma anche in questo c'è un'immobilità, qualcosa di irreale, come se si vivesse in un'altra realtà, in un'antichità assurdamente presente. Anche le industrie che sono assai frequenti lungo la costa, e là dove sorsero le città greche, nei porti sempre favorevoli, acquistano un senso che non è di oggi ma di una antica industriosità e diligenza.
Fumaioli, capannoni, banchine, tutto questo è moderno; ma la merce è sempre quella,materiali da costruitone, olio, vino, sale.
Paesi sulla costa
La più recente riforma sostanziale dell'assetto delle terre in Sicilia è quella del 1860, cioè dell'avvento unitario. Le enfiteusi e i duecentotrentamila ettari di beni ecclesiastici censuati e passati alla proprietà contadina (un decimo dell'intera area agricola) formarono quella zona costiera di piccoli proprietari, fra le più rigogliose del mondo. I tarchiati paesi sui porti, come Termini Imerese, si stesero sui poggi con quell'abitato siciliano in cui non si trova il capriccio di architettura e di fantasia della Puglia, ma grave e largo, mercantile, e che da un senso pratico e necessario al paese siciliano, lasciando tutto l'estro alla natura. Internandosi a dieci chilometri dalla costa, è come se si capitasse in un altro paese. E' un altopiano compatto, per gran parte dell'anno colore della terra nuda tra fulva e rossiccia, senza un albero, con rare abitazioni sparse che poi si scoprono per rifugi; con macchie di verde intenso attorno, che poi si scoprono per folti, siepi, violi di fichidindia, simulanti veri viali, frutteti, giardini. E non un albero. Tutto è colore della terra, colore del pane, colore della pietra. Qua e là in una crepa, un torrente rompe la compattezza detta terra. E silenzio ininterrotto. Lontano, sui poggi «sui monti, che appena si distinguono dalla sassaia delle cime, o su vere fortezze naturali, i paesi e le città. Scarsi gli animali, per lo più muli e asini aggiogati all'aratro primitivo. Sulla strada nazionale che segue il fondo della valle, che si attorciglia ai colli e ai monti fino all'altezza della rocca di Enna, un uomo a cavallo evoca una vecchia immagine solitaria e avventurosa, e un'auto, la sola che abbiamo visto in tante ore, pare un grosso coleottero. Questa è la zona dei feudi, che si stende fino ai margini dell'Etna, ad Agrigento, a Trapani, a Gela, a Ragusa. Dopo avere attraversato la costa prodiga di tutto, si può immaginare che qui c'è soltanto il pane e che tutta la lotta è per il pane su una terra frusta. Scarsi animali, scarsi frutti, scarse verdure, scarso latte, niente legna. Quando si sente parlare di feudo in Sicilia, il nome stesso di Sicilia evoca migliaia di ettari traboccanti ricchezza. E non è. La trasformazione in terre prospere, irrigue, con culture preziose come altrove nell'isola, o con culture necessarie oltre il pane, è un problema immane, e non dovunque darebbe i medesimi frutti. I testi antichi parlano di questa terra ignuda come di un prodigio di vegetazione. Sono passati troppi secoli.
La terra, come la civiltà, degli uomini, incustodita può rimbarbarire irreparabilmente.
II numero dei proprietari
Sono tre i proprietari dai cinquemila ai semita èttari in Sicilia; sono centoquarantasei dai mille ai duemila; trentanove dai duemila ai tremila.
Per chi ama, le cifre: in Sicilia il novanta per cento della proprietà non supera i due ettari.
I proprietari fino ai venticinque ettari sono circa sessantun mila; trecentoventisei dai venticinque ai cento ettari; centodiciotto dai cento ai duecento; ottantasette dai duecento ai cinquecento; trentaquattro dai cinquecento ai mille. Anche a duecento ettari le terre assumono aspetti di latifondo, coltivate solamente a cereali, aride e desertiche.
Il latifondo da secoli è affidato dai proprietari, a imprenditori capitalisti (gabettotti) e da questi subaffittato in lotti, a contratto annuo dietro canone di grano, ai terraggieri, i quali li cedono a compartecipazione ai metatieri. A loro volta questi subaffittano, e al contadino arriva uno spezzone di terra gravato da una piramide di tributi. S'immagini la sorte del bracciante. Ci sono mercati notturni di braccianti che aspestano l'alba e il lavoro. Si ingaggiano tastandone i muscoli. I salari sono i più bassi di tutt'Italia. La decadenza di terreni dati cosi alla maledetta, è la etessa dei terreni demaniali dati in fitto nel Mezzogiorno a questo a quei contadino che vi semina il suo sacchetto di grano e vi pianta appena un palo forcuto per appendervi la giacca e l'orcio dell'acqua.
 Sembra che la terra qui appartenga a un'altra epoca da quella della costa. La solitudine, il silenzio, i rari uomini, i viandanti a cavallo, i contadini in viaggio da due o tre oro per raggiungere una terra ottenuta a caro prezzo, le stazioni isolate senza mai una traccia di abitato, sono ancora d'un tempo senza difesa e che teme da sempre. Chi si fa potente è qui arbitro della vita altrui.
Muoversi per reclamare un diritto può costare la vita, come è costata a trentasei sindacalisti. Se volessimo farci una idea, una immagine di quello che poteva essere l'Italia nel secolo quinto o settimo, fisicamente e socialmente, l'immagine è questa. E' raro qui perfino l'albero di fico, il fico amico, povero e storto, che ricorda la sua dolcezza nei luoghi più aspri e più soli dell'Italia meridionale. Cani e immondizie
Alle stazioni solitarie, e molte senza luce elettrica, con la lampada a petrolio dell'infanzia delle ferrovie, qualche raro passeggero col suo paniere e il suo fagotto, e si capisce che cosa possano portare: frutta, legumi, verdura, e non certo da qui attorno, ma da molto lontano, forse dalla sponda felice dove le cannucce segnano il limite dell'orto fin sulla rena della spiaggia, contro l'onda del mare che è ancora buono e la lambisce appena. Ma c'è un'altra presenza, e ancora più impressionante dell'uomo pellegrino. In alcune di queste stazioni, arrivato non si sa di dove, ma puntuale con l'orarlo del passaggio del treno, c'è il cane povero. Non si immagina che un cane vada lungo tutto il treno, sul marciapiede voltandosi a tratti come se qualcuno lo avesse chiamato, ma non petulante, ma rassegnato; un povero che sa improbabile la elemosina. Si ferma in fondo dove è un mucchio di immondizie e vi fruga con disgusto. Anche un cane può essere disgustato. Poi rifarà la strada. E' una cagna, ora vedo bene.
 Come era una cagna all'altra stazione. Ha le mammelle livide. Allatta, certo. E' brutto, guardando una cagna, di pensare a un essere umano. In una di queste stazioni, un uomo è sceso a precipizio dal treno, s'è fermato presso la cagna al mucchio delle immondizie, e le ha buttato vergognoso un pezzo di pane. La bestia lo ha guardato un istante. E' un forestiero, imbarazzato e turbato come davanti a un troppo povero per essere capace di vergogna o di riconoscenza. Ma capace di guardare con occhi che quasi parlano.
L'uomo certo si vergognava di più, fino a quando la voce d'un passante lo confuse del tutto: "Diamo da mangiare ai cani. Allora va bene". Queste cagne con le mammelle smunte svoltano laggiù verso l'uscita, sentendo che il treno si avvia.
 ' Corrado Alvaro

A chi passarono i patrimoni ecclesiastici espropriati nel dopo-Unità d'Italia alla Chiesa ?

Gran parte dei beni ecclesiastici espropriati alla Chiesa con la legge 7 luglio 1866 di soppressione degli Ordini e delle Corporazioni religiose, e la legge 15 agosto 1867 per la liquidazione dell'Asse ecclesiastico finì nelle mani dei latifondisti.
In un prossimo scritto vedremo come fu gestita la suddivisione del patrimonio di Santa Maria del Bosco.
Di seguito riportiamo, al fine di entrare nell'argomento, una analisi di Sergio Romano, storico.dal Corriere della Sera 27.12.2008

1866: PALERMO IN FIAMME UNA RIVOLTA CON TROPPI CAPI

Potrebbe approfondire le ragioni che portarono alla rivolta che interessò Palermo per sette giorni e mezzo nel 1866, e che provocò la morte di migliaia di persone?
Quali furono i motivi che portarono destra, sinistra, contadini, nobili, clero e mafia sotto l' unica bandiera della restaurazione preunitaria?
Quali responsabilità sono da imputare al generale Raffaele Cadorna per i tragici episodi che si verificarono? Andrea Sillioni, Bolsena (Vt)

Caro Sillioni,
Come la guerra del brigantaggio, terminata da pochi mesi, e i Fasci siciliani di trent' anni dopo, la rivolta di Palermo fu una insurrezione senza leader e senza programmi. Alle origini del fenomeno vi furono malumori sociali, risentimenti del clero, confusi desideri di restaurazione borbonica, aspirazioni autonomiste e una forte componente mafiosa. Il fattore che maggiormente contribuì all' esplosione della rabbia popolare fu la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici che il governo nazionale, dopo l'unità, estese al territorio siciliano. Sulla terra espropriata e venduta (circa 250.000 ettari) sarebbe potuto nascere un ceto di agricoltori proprietari destinati a diventare la spina dorsale di una nuova società isolana. Ma gli espropri, come in altre regioni del Mezzogiorno, crearono invece una oligarchia di latifondisti privi di cultura economica e ambizioni imprenditoriali. La gestione ecclesiastica dei beni appartenenti ai monasteri siciliani era stata pessima. Ma quella dei latifondisti fu, per certi aspetti, persino peggiore. Nella sua «Storia della Sicilia Medioevale e Moderna», edita da Laterza, Denis Mack Smith scrive che «lo scioglimento dei monasteri non causò solo gravi privazioni agli stessi religiosi, ma anche una disoccupazione per i laici che fu di circa 15.000 unità nella sola Palermo; e il governo non aveva modo di sostituire le attività benefiche che erano state così importanti per i poveri della città». Vi era quindi in Sicilia, nell'estate del 1866, un barile di polvere che sarebbe potuto esplodere da un momento all' altro. La miccia fu la guerra italo-austriaca. Quando il governo dovette richiamare sul continente, per le esigenze del conflitto, una parte delle forze che presidiavano l'isola, i burattinai dell' insurrezione decisero di agire e chiamarono il popolo alla rivolta. Mentre la Guardia nazionale, per qualche giorno, stette a guardare, i ribelli (circa 18.000, secondo Mack Smith) svuotarono i magazzini, bruciarono gli uffici pubblici, svaligiarono i palazzi. Qualcuno, probabilmente, era animato da ideali politici (i repubblicani, i mazziniani, i patrioti borbonici), ma le masse, in ultima analisi, furono manovrate dagli interessi della mafia e di coloro che preferivano una Sicilia feudale a una Sicilia moderna. Si costituì un comitato di notabili che sostenne di essere alla testa dell' insurrezione, ma i firmatari del proclama sostennero più tardi di avere agito sotto costrizione. Tutto finì quando la marina bombardò Palermo e 40.000 soldati ripristinarono l' ordine. Il governo voleva dimostrare all' Europa che nessuno, cinque anni dopo la proclamazione del Regno, sarebbe riuscito a rimettere in discussione l' unità nazionale. Vi furono negli anni seguenti alcune pubbliche inchieste sulle condizioni dell' isola, fra cui quella di Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti, pubblicata in un volume che è tuttora molto interessante e per qualche aspetto, purtroppo, attuale.
  Sergio Romano

mercoledì 29 dicembre 2010

A Contessa il Comune ha venduto i vecchi immobili del centro storico - A Salemi e a Gangi il comune li regala sapendo che il richiamo turistico è più utile delle miserie finanziarie che possono fluire nelle casse comunali

Le vecchie case del centro storico?

Il comune di Gangi le regala
Ceduto gratuitamente il primo immobile: ora la neo proprietaria dovrà restaurarlo a sua spese


 Si chiama Graziella Valeria Collesano, ed è di Caltanissetta, la prima firmataria dell'insolito contratto proposto da comune di Gangi: la signora riceve in regalo un immobile del centro storico della cittadina del Palermitano. Il vecchio fabbricato si trova in Via Francesco Paolo Termini, nel cuore del centro abitato, e ora la neo proprietaria dovrà restaurarlo a sue spese mantenendo l'antica struttura: potrà poi essere utilizzato per uso turistico ricettivo ed abitativo.
L'ALBERGO «DIFFUSO» - L'iniziativa dell'amministrazione comunale di Gangi, quella di cedere gratuitamente immobili vetusti del centro storico, è tesa al recupero di case disabitate che rischiano di crollare ma è anche un modo per limitare la cementificazione in un borgo di antico pregio storico ben conservato nel suo patrimonio architettonico. Il progetto, unico del genere, ha anche catturato l'attenzione di una società di Ravenna: «Questa ditta», ha dichiarato il sindaco Giuseppe Ferrarello, «ha manifestato la disponibilità per all'acquisizione di tutti gli immobili indicati nel bando, per attuare un progetto di “albergo diffuso”, da realizzare attraverso il recupero di più fabbricati che ricadono nel centro storico. Un progetto che, oltre ad offrire ai turisti accoglienza, assistenza e ristorazione presso case tipiche opportunamente ristrutturate, continua Ferrarello, intende creare dei “laboratori della creatività” che spazieranno nelle diverse forme artistiche: lo scopo è quello di offrire soggiorni, laboratori, che permettano al visitatore di godere della bellezza di Gangi e nel contempo di poter partecipare a corsi sulle diverse tecniche artistiche».

“Uno sguardo dal cielo”: un film di Natale

VISTO IN TV
di Nicola Graffagnini

“Uno sguardo dal cielo” è un film di Natale che ho rivisto con piacere la sera del 25 e ho pensato di raccontarvelo.
E’ un film del 1996 diretto dal regista Penny Marshall, interpretato da attori bravissimi, l’Angelo Dudley da Denzel Washington, la Signora Biggs da Whitney Houston, il pastore Henry Biggs da Courtney Vance. Ha ricevuto la nomination al Premio Oscar del 1997 per la migliore musica composta dal tedesco Hans Zimmer.
La storia mi è piaciuta perché è una vera e propria favola dei nostri giorni e in questi momenti magici della Festa di Natale tutti siamo più ricettivi per le favole, specialmente per quelle che hanno un buon racconto.
La storia è ambientata in un quartiere popolare di una grande città americana, ove c’è la Chiesa di S. Matteo, la cui comunità vive una doppia crisi: quella del Pastore in parte demotivato perché non sa come affrontare il disagio sociale dei giovani; e quella dello stesso destino del Chiesa di S. Matteo, posto nelle mani di un parrocchiano affarista di pochi scrupoli, che avendo pagato le ipoteche accese sulla chiesa, intende rilevarne la totale proprietà per costruire un nuovo centro commerciale sul suo sito.
Per fortuna arriva dal cielo un Angelo a ciò delegato che riesce con poche mosse a rimettere le cose al loro posto , anche se ad un certo punto sembra distrarsi per le attenzioni della Signora Biggs. Alla fine la Chiesa di S. Matteo definita dall’Angelo:  “ il collante che da secoli tiene unita tuta la comunità parrocchiale “, ritornerà ad avere il Pastore Biggs nel pieno del suo vigore, unito come non mai con la signora, animatrice del coro gospel, punto forte della Chiesa, e infine il costruttore parrocchiano, che per redimersi rinuncia al suo blasfemo progetto.
A quando un Angelo dal cielo anche per la nostra Chiesa dell’Annunziata ?
Nicola Graffagnini

La minoranza linguistica gallo italica

L’antichissima minoranza gallo-italica di Sicilia resiste ancora sui monti di San Fratello
di Nicola Graffagnini

La cronaca di questi giorni riporta la notizia della riapertura festiva della Villa del casale di Piazza Armerina, presentandola nel titolo come un fatto del tutto negativa.
Addirittura Repubblica di Martedì 21 Dicembre, pubblica una cronaca allarmata in cui riporta le preoccupazioni dei tour operator che affermano: “per noi è caos, perché il sito è stato cancellato da tutti i pacchetti di viaggio. Infatti i lavori proseguono dal febbraio 2007 e dovevano durare solo ventidue mesi” .
La storia poteva essere presentata anche in positivo se pensiamo che la Villa del Casale rappresenta la Pompei di Sicilia e che i lavori di restauro debbono procedere a “regola d’arte.”
La verità è che nel 2006 la Villa ha incassato oltre 1,5 milioni di € e altrettanti nell’indotto alberghiero del territorio e nel 2008 per l’apertura festiva soltanto 520 mila euro…..calati a picco nel 2009, ma dobbiamo dirla tutta la verità e cioè riportare ciò che è successo nel passato e il motivo per cui dal governo regionale vennero stanziati oltre 18 milioni di euro nel 2003 e soltanto nel 2006, dopo decenni di colpevole e incosciente abbandono, finalmente si decideva di conferire il giusto decoro al sito archeologico siciliano più visitato dopo la valle dei Templi di Agrigento con la nomina ad Alto Commissario per i lavori, del critico Vittorio Sgarbi che penso dia garanzia di competenza e di onestà.
Sgarbi, presentando i complessi lavori di restauro e conscio del riflesso economico sul territorio dell’opera d’arte aveva dichiarato di considerare l’opportunità di favorire le visite dei turisti in coincidenza col fermo lavori festivo e climatico e purtroppo i lavori di restauro dei mosaici, per la particolarità delle tessere e la gravità dei danni rilevati ( parliamo del ripasso di almeno centomilioni di tessere musive, estese su quattro mila metri quadri non sempre ben coperti), sono andati più a rilento del solito.
Se la Villa del Casale è ormai conosciuta in tutto il mondo per il fascino che ancora emana dai resti della civiltà romana, infatti è inserita dal ’97 nella lista dei siti mondiali protetti dall’UNESCO, penso che pochi turisti o pochi siciliani conoscano la minoranza gallo-italica, presente in questo angolo remoto di Sicilia, teatro di storia millenaria.
Sabato scorso su RAI 3, il settimanale Mediterraneo edito dalla testata regionale, ha presentato un interessante reportage sull’antica isola linguistica del gallo italico compresa tra Nicosia, San Fratello e Piazza Armerina.
Il servizio mostrava una esercitazione in classe condotta da una Prof.ssa di lettere che spiegava una lezione di fonetica del dialetto ai propri alunni del Corso pomeridiano di gallo-Italico. Secondo il prof. Trovato, dell’Università di Messina, che guida il progetto di recupero linguistico in assenza dice lui di Leggi che lo tutelano, si divide in varie fasi, di scrittura e lettura e poi di una terza fase di recupero della lingua orale ancora parlata dagli anziani in famiglia.
Per comprendere le caratteristiche e la storia dell’isola linguistica passo a elencare alcuni dati costitutivi di alcuni centri interessati:
- Piazza Armerina : Enna , 33 Km. A Sud del Capoluogo alt. M. 721 – 26.000 ab. –
- Duomo ( di Torriani – 1627 ) con notevole crocifisso e campanile di stile gotico-catalano (XV sec.); Chiese di S.Giovanni di Rodi ( XIII sec. ), di S.Pietro ( XVII sec. ); di S.Andrea fuori le mura ( 1096 , siculo-normanna ).
- Barocchi i palazzi di Città e Trigona della Floresta, il monastero di S.Giovanni e la Chiesa di S.Rocco .
- In contrada Casale , imponenti resti di una grandiosa villa trado-romana, probabilmente dimora di Massimiliano Erculeo ( fine II I sec. ) a pianta assai mossa che si estende su vari terrazzamenti, con preferenza per soluzioni curvilinee ( absidi, esedre ) e spostamenti assiali Comprende un ingresso monumentale e una serie di ambienti in gran parte ornati da mosaici di gran pregio, raggruppabili in tre complessi principali .
- Feste tradizionali : il 15 agosto – Festa dell’Assunta e Palio dei Normanni. Cavalcata e corteo storico in costume, ricorda l’ingresso del Conte Ruggero con l’immagine della Madonna detta di S,Luca ( o della vittoria – conservata in Duomo ) che il Papa Nicolò II avrebbe donato secondo la tradizione al condottiero.
- Piazza Armerina , sorse intorno al “castrum armorum” del Conte Ruggero d’Altavilla (1130 – 1154 ) e si sviluppò a Nord della attigua zona archeologica del Casale.
- Piazza vecchia – distrutta nel 1161 dal Re di Sicilia Guglielmo I in seguito ad una rivolta dei baroni, venne ricostruita dal successore Guglielmo II a poca distanza dalla vecchia.
- San Fratello – Messina, a 135 Km. A Sud Ovest del capoluogo, sulle pendici dei monti Nebrodi a S.O. del monte omonimo ( 718 m. ). Ab. 12.000, fondata in epoca normanna da colonie lombarde, conserva meglio degli altri centri una variante del dialetto gallo-italico, a causa di una frana nel 1922 una parte dell’abitato viene ricostruito ad Acquedolci, a valle. Purtroppo la frana nel 2010 ha ripreso di nuovo vigore, nella parte Sud dell’abitato.
- Tradizioni locali : allevamenti del cavallo sanfratellano riconosciuta come razza a sé stante ,ogni anno settembre si svolge la tradizionale mostra-concorso del cavallo, vi si producono ottimi formaggi tipici , Festa del Venerdi Santo o Festa dei Giudei. Il centro ha dato i natali a San Benedetto il Moro che ne è il Patrono.
- Rassomiglianze persistenti: Secondo alcuni studiosi molto simili ai ricami locali sono i celebri: “pezzotti valtellinesi” e alcune usanze relative al lutto accostano in modo evidente il paese al “Midi” francese, alcune affinità si rilevano anche con Sempeyre. Sembra anche sorprendente la somiglianza dei costumi dei Giudei tramandati da padre in figlio, con quelli tipici della val d’Aosta. Si tratta di maschere comuni ai tradizionali riti che hanno come scopo la sconfitta del male e la purificazione sia dell’uomo che della natura. Si rilevano somiglianze anche con “l’abballu di li diavuli” di Prizzi.
- I Giudei durante i tre giorni della settimana santa, girano per le vie del paese suonando con particolari trombe per festeggiare la morte di Gesù e disturbare la Processione della passione. I costumi ricordano quelli dei soldati romani, che impersonano le forze del Male anche nelle fattezze più strane. In passato la festa era più pericolosa perché scatenava delle risse tra i due gruppi contrapposti, i Giudei e i partecipanti alla processione anche per la composizione sociale delle due formazioni, pastori da un lato e burgisi e artigiani dall’altro.
- Nicosia : prov. di Enna , alt. M 714 , 20.000 ab. – Monumenti: cattedrale di S.Nicola, con facciata e campane del sec. XIV , Chiesa di S.Maria Maggiore ( sculture di A.Gagini ) di S.Biagio, S.Calogero, S.Vincenzo, resti del Castello Normanno.
- Anticamente abitata, grotte trogloditiche, poi Herbita, distrutta dagli Arabi (IX) durante la loro avanzata in Sicilia, fu ripopolata sotto i Normanni con l’apporto di colonie di contadini Lombardi e Francesi ( tracce nel dialetto e nei costumi ) – Feudo dei Chiaramonte passato poi agli Aragonesi, parzialmente distrutta da una frana nel 1757.
- Aidone – Enna , alt. M 800 , 10.00 ab., produzione : cave di marmo, gesso, bitume, minire di zolfo . Fondata dagli Arabi presso l’antico abitato di Herbita.
- Monti Nebrodi , a Sud. del monte omonimo ( 718 m. ).

- Quando come e perché è sorta l’enclave linguistica ?
- E’ stato Ruggero II d’Altavilla, primo Re di Sicilia, che dietro la promessa di terre e privilegi, ha favorito il grande fenomeno migratorio di coloni provenienti da: Monferrato, Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, durante l’XI e il XII sec., sembra che la mescolanza dei vari linguaggi, anche per l’iniziale isolamento dato lo stato di guerra permanente, abbia prodotto la variante del gallo-italico meridionale che è ancora lingua materna parlata solo a San Fratello.
- Infatti questi centri sono posizionati in quella zona che separava gli Arabi della costa orientale della Sicilia da quelli del centro e della costa occidentale, quasi a creare una zona cuscinetto, uno zoccolo duro da dove procedere per consolidare la recente conquista, e avviare la ricristianizzazione e la rilatinizzazione dell’ isola dopo tre lunghi secoli di dominazione araba.
- La vicinanza di questi centri, costituenti come detto una vera e propria enclave, in cui ciascuno riconosceva nel vicino un proprio simile rispetto al resto della Sicilia, fa si che si sviluppa pian piano la consapevolezza di parlare una lingua diversa dagli altri, una lingua che diventa sempre più un elemento di coesione ed identità e di orgoglio se vogliamo che li distingue dagli altri e che li spinge a proteggere e a conservare piuttosto che a cedere al dialetto siciliano egemone dei paesi intorno. La differenza tra le varie parlate dei centri sta proprio nel grado di maggiore o minore integrazione col siciliano egemone.
- Una delle caratteristiche fonetiche che riscontrano ancora i linguisti interessati alle diversità del dialetto è costituito dal troncamento dell’infinito verbale che ricorda molto il francese .Si và dalla varietà dell’aidonese: mangè al piazzese: mangè e part’r, al nicosiano e sperlinghese: fè , fare .
- Lo scrittore Vittorini in “ Conversazioni in Sicilia” scriveva di aver incontrato il “gran lombardo” al bivio tra Aidone e Piazza Armerina, riferendosi alla parlata sanfratellana.
- Vincenzo Consolo, Premio Strega, in occasione della pubblicazione di LUNARIA, racconta la Palermo del ‘700 e il mondo contadino delle “contrade senza nome”, ove i villani e le villanelle parlano una lingua dell’anno mille che è il sanfratellano, e che il Vicerè parla.
- Consolo non sceglie a caso questo dialetto, che indica come “frutto del mio patrimonio linguistico e di mie ricerche lessicali, che mi ha accompagnato in diversi miei libri, come nel “Sorriso dell’Ignoto Marinaio” .
- Il prof. Luigi Vasi è il primo studioso organico del dialetto durante la seconda parte dell’Ottocento e poi in seguito altri studiosi hanno ripreso a termine di paragone la parlata originaria rilevata dal Vasi per esaminare le varianze locali e l’evoluzione intervenuta , a seguito dell’apertura delle comunità ai prestiti linguistici del siciliano e dell’italiano con l’ingresso nelle famiglie della TV nazionale e la progressiva estensione dell’alfabetizzazione delle comunità dopo la seconda guerra mondiale.
- Una visita in questi territori montani , afferenti al parco dei Nebrodi, può essere istruttiva per constatare l’enorme patrimonio di Beni Culturali posseduti dalla Sicilia, che Turi Lombardo già Assessore dei beni culturali definiva “ giacimenti culturali” e che a volte i turisti americani o tedeschi conoscono meglio di noi residenti , per cui non sembra peregrina l’idea della regione Campania di finanziare i viaggi di istruzione delle scolaresche delle Scuole Medie solo per mete della Regione, d’intesa con le Associazioni degli albergatori e dei Tour Operator.
Nicola Graffagnini

sabato 25 dicembre 2010

Buon Natale

  In una giornata così affascinante per il mondo cristiano, quale è quella di Natale, non possiamo non intrattenerci su questo Mistero, il mistero di un Dio che assume la carne e si fa uomo per salvare l'uomo, gli uomini.
  Come è possibile credere che un piccolo bimbo, nato per di più in una stalla, possa essere colui che salva il mondo ? Come è possibile oggi crederlo di fronte ai gravi problemi del mondo ? E' incredibile pensarlo se poi ricordiamo come finirà quel bambino quando diventerà trentenne.
  Vediamo di leggere la vicenda mediante l'icona della Natività, che generalmente nella cristianità bizantina sostituisce il presepe.
   Nell'icona che oggi è esposta in tutte le chiese di rito greco-bizantino si presenta unito il mistero della nascita e quello della morte di Gesù: la culla è un piccolo sepolcro, le fasce sono come le bende della sepoltura e la montagna è il Calvario. Eppure, per i cristiani, è tutta lì la salvezza: in quel bambino fragile, debole e indifeso. Il mistero del Natale, dice ai credenti che non occorre essere, non si deve essere, forti e potenti secondo la logica del mondo per essere salvati. E' davvero un messaggio strano alle nostre orecchie perchè la nostra mentalità poco coglie, poco riconosce, i segni evangelici della salvezza, abituata come è a trovarla nella "raccomandazione" dell'onorevole Malaffare, nella furbizia Fregafratelli, e così via. Eppure, pare che duemila anni fà così -come l'Icona rappresenta- è andata nella festaiola cittadina di Betlemme, dove non c'era posto in albergo per una partoriente.
  I cristiani guardano l'Icona (e/o il presepe) e riescono a commuoversi. E fanno bene, in quella scena c'è la cruda realtà di una città, di un mondo, che non sa accogliere due giovani stranieri, due estranei. La gente di Betlemme non sa accogliere due persone in stato di bisogno, non sa trovare loro un posto dove, col minor disaggio possibile, mettere alla luce un bimbo. Sembra proprio di essere nei territori su cui, oggi, si pubblica un giornale denominato "la Padania".
   Quella dell'Icona (e/o del presepe) è una storia antica, eppure tanto attuale. In quella storia non va in scena solamente l'indifferenza di Betlemme ma, forse ancora di più, l'indifferenza del terzo millennio. 

venerdì 24 dicembre 2010

"Tutti fanno parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto a usufruire dei beni della terra"

di Nicola Graffagnini
L’Italia multiculturale
Il termine multiculturale è il termine comunemente usato per dare l’immagine dell’odierna società nella quale convivono etnie, lingue, culture fra loro diversissime.
Per dare una idea della nostra attuale società multiculturale richiamerò alcuni dati relativi alla situazione italiana (ricavati anche dal Dossier Statistico immigrazione Caritas Migrantes ).
Gli immigrati sono oggi in Italia oltre 4 milioni e 400 mila unità ( 7,2 ogni 100 abitanti, 6,2 è la media europea) più o meno equamente distribuiti tra i due sessi e con una diffusione territoriale così all’incirca distribuito per macro regioni:
Regioni del Nord: 62,00%, Regioni del Centro: 25 %, Regioni del Meridione: 13 %.
La maggiore presenza di nazionalità:
nell’ordine: Romeni, Albanesi, Marocchini, Cinesi, Ucraini, Filippini e ancora un centinaio di altre meno numerose comunità.

In quali settori lavorano ?
Circa 2 milioni di lavoratori sono occupati nell’industria (35 %), nell’agricoltura (il 7 %) e soprattutto nei servizi (54 %), come sapevamo un po’ tutti.
Ma vi è un dato nuovo emerso da poco, almeno 180 mila risultano tra i titolari di impresa e versano allo Stato italiano un gettito fiscale di circa 5,5 miliardi di € (il 9,4 % del PIL nazionale) e non solo, inviano ai loro paesi d’origine, come già facevano i nostri emigrati in Germania e in Belgio, ben 6 miliardi di rimesse utili a sfamare milioni e milioni di famiglie d’origine nel terzo mondo.
Di questi lavoratori quasi un milione sono iscritti al sindacato ( 12 % dei lavoratori attivi, escludendo in tale categoria i pensionati iscritti).
Quali sono le caratteristiche che ci aiutano ancora a leggere il fenomeno, del quale si parla a volta per partito preso e senza conoscere perfettamente i dati in continua evoluzione.
E partiamo dal bene rifugio per eccellenza che è la casa, almeno 1 immigrato su 10 ne è proprietario, e il dato tende ad evolversi in positivo dimostrando che vi è una tendenza al radicamento per il solo fatto dei figli nati in Italia e presenti nelle nostre scuole, a volte nelle scuole di montagna, la loro presenza si è dimostrata essenziale per il mantenimento dei servizi, quali l’asilo, la scuola materna e l’elementare, fino alle medie, ma non solo, per non andare lontano, a Palermo nel centro Storico occorre mettere mano a nuovi strumenti urbanistici che davano per spopolati quartieri del tipo l’Albegheria che invece risultano abitati prevalentemente da extracomunitari.
Il dato è conseguente alla crescente ricomposizione delle famiglie ( a partire dalle storiche badanti filippine che pian piano hanno cercato di ricomporle, col richiamo graduale dei mariti e dei figli maschi, a Palermo alcune strade ormai hanno i cartelli nella lingua delle comunità che vi abitano).
Un’altra novità in continua evoluzione appare il fenomeno dei matrimoni misti con un partner italiano, il dato del 2008 si attesta quasi a 24.000 matrimoni.
Di contro l’Italia presenta un basso tasso di natalità e un aumento medio della popolazione, con crescita graduale di servizi e cura alla persona al domicilio, il dato è confermato dal triennio 2005/2007 in cui sono state avanzate ben 500 mila istanze di assunzione presentate da famiglie ed aziende.

Dove studiano ?
I figli dei lavoratori immigrati frequentano le nostre scuole, dicevo più sopra, contribuendo a volte a salvaguardare l’organico delle scuole di montagna dei Comuni minori.
In totale la popolazione scolastica si attesta intorno ad una cifra di 630 mila alunni, circa il 7% del totale, di questi alunni almeno 4 su 10 risultano nati in Italia, per questo negli ultimi tempi la polemica sulla cittadinanza si è andata ad acutizzare in presenza di cittadini/non cittadini, che sono presenti a scuola ad esempio ma non hanno la cittadinanza ancora riconosciuta, il dato del 2008 parla di 53 mila cittadinanze riconosciute ma l’iter risulta ancora complicato.
Degli alunni richiamati più in alto almeno 5000 studenti si laureano ogni anno e 2 mila frequentano un dottorato di ricerca.
Che cosa leggono ?
Si pubblicano in lingua italiana almeno 150 testate (60 giornali cartacei, 60 trasmissioni radiofoniche, 30 trasmissioni televisive).
Le lingue parlate da comunità più o meno ampie sono ben 150 e si può immaginare l’impatto di diversità ma anche di difficoltà di mediazione linguistica che si scarica sull’istituzione scuola in Italia che attraversa problemi di decurtazione di organico proprio nel settore dei profili di sostegno alla diversità e addirittura all’handicap.

Diverse letture del fenomeno immigrazione.
La società multietnica o multiculturale in Italia ma anche nelle altre Nazioni dell’Europa “matura” non è affatto un fenomeno transitorio o da relegare nei campi per lavoratori riservati come negli anni ’50, il fenomeno ormai è entrato nelle strutture più intime delle nostre società e per prima la Chiesa e la Scuola, ambedue per le loro funzioni di sentinelle nei deserti delle periferie anomiche delle grandi città ma anche dei piccoli nostri paesi di montagna spopolati da una emigrazione di giovani, non sembra esser letto sui libri giusti dalla politica, almeno da tutto l’arco costituzionale della politica, se pensiamo che una delle polemiche aspre che ha separato il Presidente Fini dai suoi alleati, Lega in testa, è stato il cosidetto “ Jus loci “ e cioè il diritto di “cittadinanza per nascita”,così come è riconosciuto dalle più mature democrazie che hanno convissuto con l’immigrazione prima di noi.
Come si vede non è un problema di poco conto che interviene nel mercato del lavoro, producendo nel frattempo, una interminabile serie di lavoratori fantasma, di serie A, serie B ecc. a seconda della paga oraria che riescono a mettere insieme in proporzione al loro grado di regolarizzazione, muovendosi per gruppi e per stagioni.
Il dovere della cultura e non parlo di certo dei salotti televisivi, è quello di ribadire i fondamentali della cultura, e cioè che le culture come le lingue sono innumerevoli e tutte, in quanto parlano del mondo in cui viviamo, hanno pari dignità perché consentono agli individui e ai gruppi di sopravvivere.
E se per un attimo volgiamo lo sguardo alle brutture della seconda guerra mondiale, ci accorgiamo che in periodo di crisi e di guerra, le prime tempeste si scaricano sui diversi da noi, cioè sulle minoranze etniche e linguistiche, è ciò che è successo nei paesi orientali, per le minoranze degli zingari appartenenti alla etnia rom che dai tedeschi furono prima segregati e poi uccisi nei campi con l’altra etnia, quella dei giudei o degli ebrei, per cui verso il crepuscolo dell’Impero, il Nazismo progettò “la soluzione definitiva”, la più grande offesa all’uomo nella storia dell’umanità.
Mi ricordo che al ritorno da un viaggio di studi a Bruxelles, ove mio figlio grande, studente del Liceo, partecipò al Progetto: “Parlamentari per un giorno”, la prima cosa che mi diede furono le fotografie scattate nei campi di concentramento ove vennero portati il primo giorno, che rimasero per lungo tempo oggetto dei dialoghi sui fatti storici della seconda guerra.
Per l’esame della questione dobbiamo dire che le due istituzioni di frontiera e cioè la Chiesa e la Scuola, bene o male hanno cercato di leggere lo strumento ed adeguare le loro modalità e i profili di intervento, legati alla consapevolezza culturale della conoscenza dell’altro mediante lo studio e i grandi momenti di festa e di convivenza sociale ( al proposito non potrò mai dimenticare “Il Natale dei popoli “ che organizzammo nella mia Scuola per accogliere alcune bambine adottate dalla Romania, una di queste era stata iscritta nella mia classe in ragione della statura ma non capiva nulla di italiano, ma alla fine dell’anno il miracolo era avvenuto grazie all’apprendimento orizzontale tra compagni e alla grande solidarietà raggiunta nel mini-gruppo di sostegno, così avvenne recentemente anche per una alunna tunisina e in età scolare, infatti la solidarietà del gruppo può fare miracoli inimmaginabili per noi adulti .. ), in queste occasioni, la scuola e la parrocchia diventano degli anelli sensibili che possono contenere ed espandere modelli di solidarietà, di tolleranza, di rispetto dell’altro, del fratello, del forestiero che poi la nostra religiosità del Natale accoglie e fa proprie con numerose testimonianze e rappresentazioni tradizionali ( “ero forestiero e mi avete accolto “: Matteo25).
Alla luce di queste considerazioni leggo con ottimismo e partecipazione la pastorale dell’accoglienza testimoniata dal Cardinale di Milano Tettamanzi che ha deciso di trascorre il Natale con la comunità di zingari di un quartiere, il Triboniano, che il Comune deve bonificare per l’Expo 2015. Dionigi Tettamanzi, a quattrocento anni dalla sua canonizzazione afferma a tutte lettere e ad alta voce, nel suo libro sul santo che “Carlo Borromeo è quanto mai attuale oggi, nella presente società multietnica e multiculturale”.
Infatti San Carlo credeva fermamente nella forza rinnovatrice della fede e del Vangelo “testimoniato”, nel potere risanatore delle buone leggi e della disciplina, nel fascino attraente dell’esempio virtuoso e con questi strumenti riuscì nell’impresa eroica di generare un “ popolo nuovo”.
“Tutti”, ha ricordato il Papa, “fanno parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto a usufruire dei beni della terra".
Nicola Graffagnini

A destra Berlusconi e Co. fanno "gli affari propri", ma a sinistra non si scherza.

dal sito La Repubblica
Sanità, Russo censura l'appalto senza gara

"Affidamento illegittimo, l'atto va revocato". L'Asp di Catania aveva assegnato alla società del marito di Anna Finocchiaro l'informatizzazione del Pta di Giarre. "Se gli ispettori hanno ragione la convenzione va annullata in autotutela". Dietrofront del capogruppo all'Ars Cracolici: "Ora chi ha sbagliato deve pagare"
di EMANUELE LAURIA
"L'affidamento ai privati dell'organizzazione e dell'informatizzazione del Pta di Giarre evidenzia profili di illegittimità": sta tutto nelle tre righe conclusive di un documento di dieci pagine l'atto di accusa che "smonta" l'appalto assegnato alla società del marito di Anna Finocchiaro. La relazione chiesta dall'assessore alla Salute Massimo Russo è stata depositata ieri in commissione Sanità all'Ars ma sarà discussa solo la prossima settimana.
Il documento che boccia il procedimento amministrativo che ha premiato la Solsamb di Melchiorre Fidelbo resterà chiuso nei cassetti del palazzo per il periodo natalizio. Una bomba pronta a esplodere. Preceduta dai colpi di mortaio di Russo: "Nessuna speculazione politica, per favore. Ma è evidente che quell'atto, se illegittimo come affermano gli ispettori, va subito revocato in autotutela dall'amministrazione".
Insomma, con ogni probabilità è tutto da rifare: sarà cancellata la convenzione firmata a fine luglio fra l'azienda sanitaria di Catania e la società del marito della capogruppo del Pd al Senato e sarà ritirato il finanziamento da 350 mila euro previsto, come prima tranche di un importo complessivo di oltre un milione 600 mila euro.
La relazione di Paolo Barone e Duilia Martellucci, i due funzionari incaricati di svolgere gli accertamenti sull'operato dell'Asp catanese, conferma le "sensazioni" espresse dall'assessore a inizio dicembre, quando scoppiò la polemica su quel finanziamento erogato dall'azienda guidata da Giuseppe Calaciura, un fedelissimo del governatore Lombardo, all'azienda cara alla famiglia Finocchiaro. Pur negando che questo atto sia la conseguenza meno onorevole dell'accordo fra Mpa e Pd alla Regione, Russo indicò nella mancanza di gara pubblica una possibile causa di nullità del procedimento.
L'esito dell'ispezione individua, in realtà, molti altri aspetti "sospetti" nella procedura di assegnazione dell'appalto, che comincia nel novembre del 2007. Comincia dal primo via libera al progetto presentato dal consorzio Sd, di cui faceva parte la Solsamb, che l'ex ispettore sanitario Saverio Ciriminna concesse a tempo di record, all'insaputa dell'assessore di allora (Roberto Lagalla) che invece mandava avanti altre tre iniziative riguardanti le "Case della salute".
Prosegue con una conferenza di servizi indetta un anno dopo dallo stesso Ciriminna per chiedere all'Asl di Catania una modifica del progetto. E termina con la convenzione della discordia, firmata il 30 luglio 2010 dall'azienda sanitaria e dalla Solsamb, su cui gli ispettori muovono diversi rilievi. Anche sulla congruità della cifra concordata. "L'azienda - è scritto nella relazione - non perviene a una riflessione stringente riguardo l'effettiva entità dei costi gestionali successivi allo start-up, che saranno posti a carico dell'azienda". Il business plan, secondo gli ispettori, "contiene evidenti errori di calcolo".
E poi c'è la madre di tutte le questioni: il servizio fornito da Fidelbo è da assimilare a una "esternalizzazione" vietata dalla legge regionale. Per il suo valore, l'appalto deve collocarsi fra quelli di rilevanza comunitaria. Occorreva fare un bando di gara, come previsto da un decreto legislativo del 2006: un'eccezione poteva essere consentita solo nel caso in cui un unico imprenditore disponesse del know how necessario per eseguire la prestazione. Ma non era questo il caso, sottolinea la relazione.
E così, ecco la dichiarazione di illegittimità, ecco il commento prudente ma chiaro del presidente della commissione Sanità Giuseppe Laccoto: "Ci riuniremo per discutere. Ma se i tecnici ravvisano delle irregolarità nelle procedure bisogna tenerne conto". Ecco il giudizio più pesante di Antonello Cracolici, capogruppo del Pd che pur contestò le "strumentalizzazioni politiche" del caso Giarre: "Ora chi ha sbagliato deve pagare". Si riferisce a Calaciura, ovviamente: "Ma il manager - ribatte Giuseppe Castiglione, coordinatore del Pdl - rischia ora di diventare l'unico capro espiatorio di questa brutta storia".

Viviamo in un pianeta su cui a tanti piace essere ciechi

Ci avviamo verso la conclusione del primo decennio del terzo millennio. Dopo anni di convinzione che la crescita sociale ed economica fosse ormai un dato scontato e che l’Avvenire sarebbe stato sempre più prospero, ci siamo invece accorti che nulla è scontato, che probabilmente i presupposti su cui avevamo fondato le “certezze” vanno rivisti e riordinati.
Chissà se nell’opera di riordino ci accorgeremo di alcuni elementi basilari che finora non abbiamo voluto riconoscere: l’Europa, il mondo cosiddetto civilizzato, ha sì saputo sfruttare tecnologia, razionalità manageriale e “conoscenza” in generale, ma ha da parecchi decenni vissuto al di sopra delle proprie possibilità, ha -con parole crude- sottratto il futuro al cosiddetto terzo-mondo, ai paesi meno sviluppati, meno fortunati. Ci accorgiamo adesso che i prezzi delle materie prime (petrolio, grano, etc.) diventano costose perché, ci viene detto, i paesi emergenti, dalla Cina all’India, si sono pure essi affacciati sul mercato ed hanno, così facendo, aumentato la “domanda”, con conseguente aumento dei prezzi nel mercato globalizzato.
Il vecchio mondo, l’Occidente, si è fatto cogliere di sorpresa dall’affacciarsi delle nuove “economie” ? Abituato come era a sfruttare le risorse dell’intero pianeta, adesso si accorge che bisogna dividere il “bottino” con le nuove realtà (1,4 miliardi di cinesi ed 1,2 miliardi di indiani).
Forse è arrivato il momento di reimpostare la logica dello sciupio su cui siamo vissuti da alcuni decenni. E non è detto che una società costruita su presupposti di “giustizia” umana sia peggiore di una società fondata sull’egoismo individualista.
In fondo il messaggio che duemila anni fa è venuto da una grotta della Palestina chiedeva giustizia, fraternità, agli uomini di buona volontà e non il dominio di pochi, di pochissimi, sull’intera umanità.
Buon Natale

Per la riflessione:
Al giorno d’oggi la ricchezza mondiale è più concentrata nelle mani di una élite di quanto lo sia mai stata nella storia moderna.
Un tempo la maggior parte della popolazione sul pianeta sapeva come coltivare i propri alimenti, allevare i propri animali e prendersi cura di sè. Non c’erano molte persone favolosamente ricche, ma c’era una certa dignità nell’avere un pezzo di terra che potevi chiamare tuo, o nell’avere un’abilità che potevi far fruttare.
Tristemente, nelle ultime decine di anni, una percentuale sempre maggiore di terre coltivabili è stata inghiottita da grosse corporation e da governi corrotti. Centinaia di milioni di persone sono state cacciate dalle proprie terre verso aree urbane sempre più dense.
Nel frattempo, è diventato sempre più difficile avviare un’attività propria, dal momento che poche monolitiche corporation globali hanno iniziato a dominare quasi ogni settore dell’economia mondiale. Così, un numero sempre maggiore di persone nel mondo è stata obbligata a lavorare per “il sistema” per riuscire appena a sopravvivere. Allo stesso tempo, coloro che sono al vertice della catena alimentare (l’élite) hanno impiegato decenni per implementare il sistema in modo da assicurarsi nelle proprie tasche porzioni sempre più vaste di ricchezza.
E così oggi, nel 2010, abbiamo un sistema globale in cui pochissime persone al vertice ... ... sono assurdamente ricche, mentre circa metà della popolazione di questo pianeta è irrimediabilmente povera.
Ci sono davvero poche nazioni nel mondo che non siano state quasi interamente saccheggiate dall’élite globale.
Quando l’élite parla di “investire” nei paesi poveri, ciò che intende veramente è prendere possesso delle terre, dell’acqua, del petrolio e delle altre risorse naturali. Grosse corporations globali stanno oggi spogliando dozzine di nazioni in tutto il mondo di favolose quantità di ricchezza, mentre la maggior parte della popolazione di quelle nazioni continua a vivere in un’abietta povertà. Nel frattempo, i politici al vertice di quelle nazioni ricevono ingenti doni per poter perpretare il saccheggio.
Quello che quindi abbiamo nel 2010 è un mondo dominato da una minuscola manciata di persone ultraricche al vertice che posseggono una quantità incredibile di beni reali, un gruppo più numeroso di "manager intermedi" che fa funzionare il sistema per l’élite globale (e che è pagato veramente bene per farlo), centinaia di milioni di persone che fanno il lavoro richiesto dal sistema, e diversi miliardi di “inutili avventori” di cui l’élite globale non ha bisogno alcuno.
Il sistema non è stato progettato per elevare il tenore di vita dei poveri. Né per promuovere la “libera impresa” e la “competizione”. L’élite intende piuttosto accaparrarsi tutta la ricchezza e lasciare il resto di noi schiavi del debito o della povertà.
Quello che segue è un elenco di 20 dati statistici che provano il continuo accentramento di ricchezza nelle mani dell’élite globale, lasciando la maggior parte del resto del mondo in povertà e miseria.
■Secondo la UN Conference on Trade and Development (Conferenza dell’ONU su Commercio e Sviluppo), il numero di “paesi meno sviluppati” è raddoppiato negli ultimi 40 anni.
■I “paesi meno sviluppati” hanno speso 9 miliardi di dollari per importazioni di alimenti nel 2002. Nel 2008 questa cifra è salita a 23 miliardi di dollari.
■Il reddito medio pro-capite nei paesi più poveri dell’Africa è sceso a 1/4 negli ultimi 20 anni.
■Bill Gates ha un patrimonio netto dell'ordine dei 50 miliardi di dollari. Ci sono circa 140 paesi al mondo che hanno un PIL annuo inferiore alla ricchezza di Bill Gates.
■Uno studio del World Institute for Development Economics Research (Istituto Mondiale per la ricerca sull’economia dello sviluppo) evidenzia che la metà inferiore della popolazione mondiale detiene circa l’1% della ricchezza globale.
■Circa 1 miliardo di persone nel mondo va a dormire affamato ogni notte.
Il 2% delle persone più ricche detiene più della metà di tutto il patrimonio immobiliare globale.
■Si stima che più dell’80% della popolazione mondiale vive in paesi dove il divario fra ricchi e poveri è in continuo aumento.
■Ogni 3,6 secondi qualcuno muore di fame, e 3/4 di essi sono bambini sotto i 5 anni.
■Secondo Gallup, il 33% della popolazione mondiale dice di non avere abbastanza soldi per comprarsi da mangiare.
■Mentre stai leggendo questo articolo, 2,6 miliardi di persone nel mondo stanno soffrendo per mancanza di servizi sanitari di base.
■Secondo il più recente “Global Wealth Report” di Credit Suisse, lo 0,5% di persone più ricche controlla più del 35% della ricchezza mondiale.
■Oltre 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione mondiale, vive con meno di 2 dollari al giorno.
■Il fondatore della CNN, Ted Turner, è il più grande proprietario terriero privato negli Stati Uniti. Oggi, Turner possiede circa 2 milioni di acri [più di 8.000 Km quadrati - NdT] di terra. Questa quantità è maggiore dell’area del Delaware e di Rhode Island messe assieme [come l’intera superficie dell’Abruzzo - NdT]. Turner peraltro invoca restrizioni governative per limitare a 2 o meno figli per coppia nell’ottica di un controllo della crescita demografica.
■400 milioni di bambini nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile.
■Circa il 28% dei bambini dei paesi in via di sviluppo sono considerati malnutriti o hanno una crescita ridotta a causa della malnutrizione.
■Si stima che gli Stati Uniti detengano circa il 25% della ricchezza totale del mondo.
■Si stima che l’intero continente africano possegga solo l’1% della ricchezza totale del mondo.
■Nel 2008 circa 9 milioni di bambini sono morti prima di compiere i 5 anni. Circa 1/3 di tutte queste morti è dovuto direttamente o indirettamente a scarsità di cibo.
■La famiglia di banchieri più famosa al mondo, i Rothschild, ha accumulato montagne di ricchezza mentre il resto del mondo è stato intrappolato nella povertà. Ecco cosa afferma Wikipedia a proposito delle ricchezze della famiglia Rothschild:
Si è sostenuto che nel corso del 19° secolo, la famiglia possedeva di gran lunga il più grande patrimonio privato del mondo, e di gran lunga la più grande fortuna nella storia moderna.
Nessuno sembra conoscere esattamente quanta ricchezza posseggano i Rothschild oggi. Dominano il sistema bancario in Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Svizzera e molte altre nazioni. E’ stato stimato che la loro ricchezza aveva un valore di miliardi [di dollari] già alla metà dell’800. Senza dubbio la quantità di ricchezza detenuta oggi dalla famiglia è qualcosa di inimmaginabile, ma nessuno lo sa con certezza.
Nel frattempo, miliardi di persone nel mondo si stanno chiedendo come far saltar fuori il loro prossimo pasto.
A questo punto, molti lettori vorranno discutere di quanto è orribile il capitalismo e di quanto meravigliosi siano il socialismo e il comunismo.
Ma il problema non è il capitalismo e come abbiamo visto innumerevoli volte nei decenni passati, la proprietà statale delle imprese non costituisce soluzione a nulla.
Ciò che abbiamo nel mondo oggi non è capitalismo. E’ piuttosto qualcosa di più vicino al “feudalesimo”. L’élite è costituita da “uomini-monopolio” che sfruttano la loro incredibile ricchezza e potere per dominare il resto di noi. Di fatto, è stato John D. Rockefeller ad affermare: “La competizione è peccato”.
Sarebbe bellissimo se vivessimo in un mondo in cui chi vive in povertà fosse incoraggiato a intraprendere una propria attività agricola, a crearsi un lavoro e costruirsi una vita migliore.
Invece le cose vanno nella direzione opposta. La ricchezza diventa sempre più concentrata nelle mani di pochissimi, e il ceto medio ha iniziato a venire eliminato anche nelle nazioni benestanti come gli Stati Uniti.
Risulta che l’élite globale ha deciso che non ha realmente bisogno di così tante e costose “api operaie” statunitensi dopo aver spostato oltreoceano migliaia di fabbriche e milioni di posti di lavoro.
Nel frattempo gli statunitensi sono così distratti da Ballando sotto le stelle, da Lady Gaga e dalla propria squadra sportiva da non rendersi conto di cosa sta accadendo.
Non c’è alcuna garanzia sul fatto che gli Stati Uniti saranno prosperi per sempre. Oggi, un numero record di statunitensi vive già in povertà. Il reddito medio familiare è calato lo scorso anno ed è calato anche lo scorso anno rispetto a quello precedente.
Quindi svegliamoci. Gli Stati Uniti si stanno integrando in un sistema economico globale dominato e controllato da una élite spropositatamente ricca. A costoro non interessa che tu abbia da pagare il mutuo e che tu desideri mandare tuo figlio all’università. Ciò che interessa loro è accumulare quanto più denaro possibile per sè stessi.
L’avidità sta correndo rampante attorno al pianeta e il mondo sta diventando un luogo molto molto freddo. Sfortunatamente, a meno di eventi davvero drammatici, i ricchi stanno solo diventando più ricchi, e i poveri stanno solo diventando più poveri.

giovedì 23 dicembre 2010

Diga Garcia ed abolizione dell'enfiteusi nell'articolo di un grande giornalista: Alberto Ronchey

La Stampa del 07.03.1965
Nella valle del Belice lutto e digiuno per sollecitare la costruzione della diga

Da ieri sera, in Roccamena listata di nero, Danilo Dolci e trenta compagni fanno lo sciopero della fame - Della diga si discute invano dal 1928; intanto i paesi si sono svuotati degli uomini validi, la riforma agraria è fallita, i magri campi sono coltivati come duemila anni fa - La diga progettata costa 20 miliardi, può irrigare 15 mila ettari; il reddito della zona dovrebbe crescere di 5 miliardi - Ma basta la diga, senza una profonda trasformazione tecnica e psicologica degli agricoltori? - Esiste la convenienza economica? (Dal nostro inviato speciale) Roccamena, marzo.
Striscioni neri all'ingresso dei paesi, manifesti listati a lutto sui muri e sulle corriere: «Roccamena muore, «Bisacquino muore», «Camporeale muore », « Tutta la valle del Belice muore ». I consigli comunali di sedici paesi chiedono una diga. Da stasera trenta persone digiunano sulla piazza di Roccamena. Le popolazioni di Questa valle, una fra le più. arretrate della Sicilia, non sanno nemmeno come si usa l'acqua per coltivare la terra, poiché non l'hanno mai visto fare. Ma il fiume Belice continua a perdersi nel mare presso Selinunte, sciupando sessanta milioni di metri cubi d'acqua, ogni anno. E' una valle di gente anziana, donne e bamhini. Gli uomini giovani se ne sono andati in Svizzera o in Germania da anni.' Roccamena ha tremila abitanti registrati, ma mille e trecento sono all'estero. Se gli emigrati ritornano (qualcuno è stato già respinto dalla Svizzera) trovano terre anche peggiori di quelle che avevano lasciate. Il paesaggio è nudo, senz'alberi dall'età romana. Le colline argillose franano e si trascinano dietro le poche strade di questi comuni. Tra l'argilla e le pietre, senza acqua se non quella piovana d'inverno, non vedi che stente colture a grano di duemila anni e fave, avena, veccia, orzo, qualche vigneto. La riforma agraria è fallita, gli emigrati hanno volto le spalle all'illusione di vivere su poderi di due salme di terra (quattro ettari) con queste colture. Nei paesi, fatti di tufo; giallo e pietra-spugna senza intonaco, si costruisce qualche casa solo con i soldi che arrivano da fuori. Gli analfabeti sono il cinquanta per cento a Roccamena e in media il trenta per cento negli altri emiri. Fra Corleone e Partanna c'è ancora mafia, o uno spirito di mafia. Solo un progresso c'è: Quindici anni fa si credeva nell'occupazione delle terre, nella spartizione giacobina, che era un mito; oggi nessuno ci crede più e almeno alcuni sanno che il problema è produrre di più, per questo chiedono la diga e il comprensorio irriguo. Ma basta la diga? Bastano i canali e le canalette ? Questi sono paesi in cui ci s'è messi d'accordo a memoria d'uomo solo per qualche protesta. Se dobbiamo prestare fede a chi conosce la gente del luogo, nessuno va d'accordo col prossimo quando si tratta di fare una cosa e durare a lungo. Si dice che ognuno ha la sua testa «cotta al sole», incline all'obbiezione e alla diffidenza. Vale il principio dell'egoismo allo stato biologico: « chi afferra un pane è suo. Cu fotti futti, Dio pirduna a tutti ». In Roccamena, dopo quindici anni di controversie, non sono riusciti a costruire una concimaia pubblica. Buttano via il letame, almeno in Asia, nella valle del Gange, gli indù lo bruciano d'inverno. Pare che in questi paesi non credano nella possibilità di migliorare la loro vita. E allora, a che serve la diga. Rispondono i consiglieri comunali: serve proprio a scuoterli. Quando vedranno l'acqua con i loro occhi, avranno per la prima volta l'impressione che qualche cosa può cambiare. Qui bisogna cominciare da zero, suscitando stupore e bisogni: proprio come in India. L'argomento è suggestivo, forse è vero che una diga può rimettere in moto la vita fra i centomila siciliani del Belice. Ma resta difficile immaginare «uomini abituati all'eterno grano dinnanzi alla rivoluzione delle colture intensive irrigue. Dovrebbero esportare in consorzio i prodotti d'alto reddito. Sta di fatto che qui è sempre fallita ogni cooperativa. Boicottavano lo Stato quando appariva sotto forma di carabiniere contro la mafia; e adesso s'invoca lo Stato come costruttore di dighe e finanziatore di un comprensorio di bonifica. Tratteranno gli ingegneri e i periti agrari come i carabinieri e i pretori? I consiglieri comunali rispondono: il fatto è che il carabiniere o lo sbirro borbonico c'è stato sempre, il perito agrario non c'è stato mai. Anche Danilo Dolci è qui a Roccamena, dove un anno fa digiunò per dieci giorni, già a causa della diga. E' con lui, fra i capi della ribellione «non violenta», Lorenzo Barbera da Partinico, che alla diga ha dedicato un libro pubblicato da Laterza. Dinanzi a queste forme di agitazione si è sempre combattuti fra riflessioni di opposta natura. Da un lato la miseria prende di petto e suscita indignazione, mentre in Italia c'è persino chi vorrebbe spendere miliardi pubblici e privati per la televisione a colori. D'altra parte sappiamo che centinaia di paesi della Calabria, della Lucania o del Molise vivono in simili condizioni: e non c'è nessuno che organizzi per loro proteste pubblicitarie. Siamo sicuri che il denaro dello Stato non sarebbe speso meglio altrove. La denuncia della miseria ormai non è difficile; l'amministrazione dello Stato è complicata. La politica seria è quotidiana scelta, spesso anche tragica, fra necessità concorrenti. Danilo Dolci ha detto a Roccamena che in Italia «non si fanno le cose secondo la necessità e secondo un ordine di priorità, ma si fanno le cose secondo chi spinge di più ». Questo può essere vero anche oggi, fra tanti discorsi sulla pianificazione; ma il principio del "chi spinge di più " è rischioso, e condotto alle ultime conseguenze ci allontana proprio da un ordine oggettivo di priorità. E poi c'è dell'altro. Quando Danilo Dolci chiese che si costruisse presto la diga sullo Jato contro l'opposizione della mafia, mobilitando le moltitudini d'un altro gruppo di comuni, qualche ministro intervenne per affrettare le procedure d'esproprio dei terreni dell'invaso. Ma il risultato fu che lo Stato pagò tre milioni l'ettaro, e anche più, come indennizzo per terreni già valutati un milione l'ettaro. E li pagò con soddisfazione di personaggi che prima osteggiavano la diga. Certo, Danilo Dolci non aveva chiesto simili cose, ma che tutto venisse fatto presto e anche bene; eppure non è questo un compito facile dove l'ambiente sociale vi si oppone, e dove lo Stato si trova fra la disperazione dei nullatenenti e l'assalto dei notabili proprietari. Tutto questo vale a dire che oggi occorre spingersi al di là della semplice comprensione d'ogni protesta. Le «spinte dal basso» devono conciliarsi con il calcolo economico, lo Stato non può rischiare di spendere male i suoi denari nemmeno a favore di alcuni poveri (dietro i quali magari spunta qualche ricco) a danno di altri poveri. Tutti sanno che l'acqua è la vita del Sud. Gli stessi agricoltori dell' Arizona e della California, forse i migliori del mondo, non avrebbero trasformato il gran deserto se lo Stato non avesse costruito le dighe. I russi, nell'Asia centrale, hanno trasformato in giardino la valle di Ferganà. L'irrigazione capovolge la natura; ma chiede immensi capitali e questo comporta una serie di scelte che vanno meditate a lungo. Le «spinte dal basso», legittime e pur necessarie, non possono moltiplicarsi ogni giorno senza ostacolare una democrazia, che comincia appena ora a pianificare. D'altra parte non avrebbe vita facile chi volesse andarsene in giro per l'Unione Sovietica a chiedere dighe mobilitando le province rurali e depresse, che pure sono molte anche laggiù. Detto questo, anzitutto per gli sviluppi che potrà avere nel futuro un certo modo di porre le questioni, occorre aggiungere tuttavia che il caso di Roccamena è particolare. Dal 1928 si parla d'una diga nella valle del Belice, ma non s'è fatto mai nulla. Ci fu un progetto durante il fascismo, che risultò inservibile. Poi, dal 1955 l'Ente per la riforma agraria siciliana elaborò cinque studi successivi, tutti respinti dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Il progetto di base prevedeva la costruzione della diga a Bruca, sul Belice sinistro; fu respinto in via definitiva dopo il disastro del Vajont, perché non offriva assicurazioni sull'impermeabilità dei terreni e la stabilità delle sponde. Da un anno la Cassa del Mezzogiorno s'è impegnata a tentare un progetto d'invaso otto chilometri più a valle, in contrada Garcia, ma finora non s'è vista una trivella. Di qui la protesta, i digiuni pubblici e il lutto collettivo. I Consigli comunali hanno ragione quando dicono che lo Stato è intervenuto in questa zona della Sicilia solo per reprimere la mafia. Ma l'Ente per la riforma agraria siciliana, che a norma di legge è un « braccio » economico dello Stato quaggiù, s'è fatto respingere cinque studi dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, e tali studi sono costati duecento milioni in sette anni. I promotori della protesta hanno ragione quando dicono che la Cassa del Mezzogiorno non ha fatto quasi nulla in un anno. Ma la spirale dei costi delle opere pubbliche, in ascesa vertiginosa ha. dissolto i capitali disponibili. La Cassa ha dovuto aspettare la nuova legge sul suo finanziamento. Chi si metteva a progettare un'opera che sarebbe costata quasi venti miliardi mentre non si sapeva niente sull'avvenire della Cassa (C'è stata l'inflazione, con la crisi del boom; le promesse di qualche ministro sono cadute nel vuoto, ma non solo in questo caso. Ora la diga si farà. La gran parte dell'irrigazione, per quasi dodicimila ettari, è prevista a valle, sotto Castelvetrano. L'utilità economica permette di irrigare a monte solo tremila ettari. In questo modo i costi potranno essere contenuti su un milione o un milione e mezzo per ettaro. La zona interna e più povera della valle ne avrà almeno una scossa. E' stato calcolato che nel comprensorio irriguo, in tutto quindicimila ettari, il reddito annuo aumenterà di cinque miliardi di lire. Per finanziare e trasformare i poderi (trapianto di alberi d'alto reddito, zootecnia, erbai) molti sperano nell'abolizione dell'enfiteusi costituita prima del 1865, e nella riduzione dei canoni e livelli a tre volte il reddito dominicale per l'enfiteusi costituita dopo il 1865 e d'origine certa. Quello dell'enfiteusi è un problema di tutta la Sicilia, già in discussione all'Assemblea regionale. Insieme con la diga, tale riforma segnerebbe « la fine dell'emigrazione cronica» e l'inizio dello sviluppo nel cuore della Sicilia occidentale. Cosi almeno sperano i leaders di queste contrade; ma dopo aver convinto i ministri dovranno persuadere le teste «cotte al sole», i contadini che lì stanno a guardare e forse sperano anch'essi, ma non parlano.
Alberto Ronchey
SICCITÀ1 E MISERIA NELLE TERRE DI SEDICI COMUNI