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lunedì 5 dicembre 2016

Referendum. Vince il NO e la Costituzione non e' modificata


Il No ha vinto la battaglia referendaria con un ampio margine (quasi il 20%) e il tentativo renziano di contrazione degli spazi di democrazia (col Senato non scelto dagli elettori) e' fallito. Adesso il governo, da cui stranamente era venuta la modifica costituzionale, si dimettera' e spettera' ancora al Partito Democratico, che detiene la maggioranza parlamentare, costituire un nuovo esecutivo. Potrebbe essere Pietro Grasso, attuale presidente del Senato, o il ministro dell'Economia, Padoan, a condurci verso la conclusione dell'attuale legislatura.
Renzi esce di scena, almeno dalla guida del governo, ma resta segretario del Pd. Cio' che colpisce dall'esito del voto e' il forte, l'ampio margine, lo scarto fra il NO al 60% ed il SI al 40%. Cosa ha portato a questa conclusione?Certamente il timore di contrazione degli spazi di democrazia ma anche (soprattutto?) il giudizio negativo sulla conduzione della politica economica dei tempi piu' recenti: l'economia incagliata e che solamente in Italia non e' riuscita a recuperare i livelli precedenti la crisi del 2007/2008, l'assenza di una classe dirigente che sappia trasmettere possesso di competenza e senso delle istituzioni, la corruzione dilagante nel paese e il meridione abbandonato a se stesso senza una visione sul futuro.Il voto coloratosi di anti-renzismo ha quindi timori sulla conservazione degli spazi di democrazia ma ha pure (sopratutto ?) valenza anti governativa.

domenica 4 dicembre 2016

Referendum. Una prima valutazione : gli elettori numerosi si sono recati ai seggi non solo per la modifica costituzionele ma anche per giudicare l'operato del governo Renzi

Gli italiani hanno colto l'occasione sul voto referendario per dire la loro sul l'operato  del Governo di Matteo Renzi. 
Questa e' la prima sensazione degli osservatori sul consistente (perche' superiore alle previsioni) afflusso ai seggi da parte degli aventi diritto al voto.
Vedremo se il governo ne uscira' promosso o bocciato.

Referendum. In Sicilia nessun entusiasmo

Alle 12 di oggi si è recato alle urne per il referendum costituzionale il 20,14% degli aventi diritto. 
Lo si legge sul sito del ministero dell’Interno. 
Trattandosi di una consultazione costituzionale non è necessario il quorum di affluenza minima previsto invece per i referendum abrogativi. 
Si può votare fino alle ore 23. 
Dati bassissimi al Sud, specie in Sicilia dove alle urne si è recato solo il 10% degli aventi diritto
Record, per ora, in Emilia Romagna: 25,96%.

Con le immagini ... ...è più facile

 Il Sole 24Ore 

del 4.12.2016
 Dante ci aveva messo in guardia: 
Firenze conobbe "orgoglio e dismisura".
Nuovi ricchi senza più "cortesia e valori"
riflessione
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L'Italia liberista, governata dalla 
pseudo sinistra politica
Scopriamo che in Italia i suicidi degli imprenditori e dei salariati è aumentato a un ritmo vertiginoso e preoccupante, insostenibile per una società europea. 

Scopriamo in ritardo che l’Italia è un paese sorretto da piccole oligarchie del privilegio garantito, la cui bulimica avidità aumenta ogni giorno di più ingigantendo la questione sociale.

Economia. Nel mondo globalizzato ... la democrazia

Il Keysenismo archiviato da Regan
sarà definitivamente seppellito da Trump ?

Donald Trump, nuovo Presidente degli Usa,  sulla carta e' un repubblicano e per chi ama la Storia il ricordo corre inevitabilmente al novembre 1980 quando un altro repubblicano conquisto' la Casa Bianca: Ronald Regan.
Allora come adesso verosimilmente la svolta nella politica del gigante americano lascerà i segni su tutto il pianeta. 
In entrambi le circostanze i repubblicani per vincere le elezioni presidenziali hanno puntato inizialmente sull'orgoglio nazionale per poi, realmente modificare il corso dell'economia.
Trump pare -dagli uomini di governo di cui sta circondandosi- che punterà in politica economica sul protezionismo e però alla base del quadriennio agiterà sul piano più prettamente politico il nazionalismo. 
Come avvenuto con Regan a prendere piede -con la presidenza Trump- sarà sopratutto un nuovo stile di governo dell'economia. 

Quando Regan si insediò alla Casa Bianca, l'inflazione aveva raggiunto livelli vicini al 20% annuo e -allora- sulla spinta di economisti ultraliberisti (Milton Friedman) egli capovolse il quadro teorico e pratico del keynesismo che in America dominava sin dagli anni del New Deal (anni trenta del Novecento). 

Gli effetti immediati della svolta reganiana furono la lotta all'inflazione e la riduzione drastica delle spese sociali e dei posti di lavoro. 
L'inversione di tendenza -rispetto al keynesismo- fu perseguita per lungo tempo, in realtà per tutti gli anni di governo di Regan, e prese il nome di reganeconomics (= riduzione del ruolo dello stato in economia).

La riduzione della pressione tributaria si accompagnò alla crescita degli armamenti per fronteggiare l'Unione Sovietica, allora definita l'impero del male.
Da uomo forte quale volle apparire, Regan licenzio' in massa i controllori di volo che avevano scioperato.
Ebbe inizio quella che fu definita la "deregulation" (= tendenziale cancellazione di tutti i vincoli sindacali, amministrativi, contabili e fiscali gravanti sulle aziende) e l'abbattimento delle aliquote fiscali sui redditi alti.

A questa politica di rilancio capitalistico (rilancio delle forze naturali) fece eco, dall'altro lato dell'Atlantico il leader conservatore inglese Margaret Thatcher. 
Pure per lei il primo bersaglio da abbattere furono le centrali sindacali che vennero sconfitte fra il 1979 ed il 1985 dopo lunghissimi scioperi ed estenuanti trattative e l'avvio di una deregulation che in Gran Bretagna ebbe parecchie roccaforti da dover espugnare, molte di più che nella realtà Usa.

Sia per Regan che per la Thatcher la base di azione fu -quindi- l'orgoglio nazionale usato però solamente come strategia comunicativa, il vero bersaglio è stato lo "stato sociale".

La nuova stagione che ancora 
stiamo vivendo: il neo-liberismo
La liberta' dell'individuo, la selezione naturale dei migliori aprirono quella che fu definita la stagione degli yuppies: il neo-liberismo.
Neo liberismo che le successive amministrazioni "democratiche" negli Usa (Clinton, Obama) non riuscirono più a contenere e che anzi hanno provato ad imporre all'intero pianeta.

sabato 3 dicembre 2016

Italiani, brava gente. Non si fidano nè dei politici nè delle banche


Giunto alla 50ª edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di debole ripresa che stiamo attraversando.

Al suo cinquantesimo rapporto, il Censis del presidente Giuseppe De Rita propone un affresco sulla situazione socio-economica del Paese, impegnata tra poche ore nel referendum, e in quadro internazionale di totale incertezza. 

La visione  è preoccupata: 
__le aspettative degli italiani continuano a essere negative (il 61,4% pensa che il proprio reddito non aumenterà); 
__i giovani vivono un vero e proprio ko economico. Sono più poveri dei loro nonni (oggi i millennials (i giovani del nuovo terzo millennio) hanno un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media e del 26,5% rispetto ai coetanei dei primi anni Novanta); 
__c’è una profonda insicurezza e un’occupazione a bassa produttività; e tra i più giovani aumenta il mercato dei ’lavoretti’ e la politica dell’arrangiarsi. 

Il rapporto ha indagato un 2016 che rimarrà impresso nei libri di storia. 
E’ l’anno in cui alcune «retoriche politiche a lungo dominanti hanno subito contraccolpi o smentite»: 
--la globalizzazione (alle prese col protezionismo), 
--la retorica europeista (che deve fare i conti con la Brexit e le rivendicazioni nazionali) e la democrazia del web («ridotta a dispute per pochi iniziati»). 

In Italia non hanno preso quota forti ondate di populismo nazionalista, il 67% dei cittadini è contrario all’uscita dalla Ue, ma l’increspatura c’è se si pensa che l’89% ha un’opinione negativa verso i politici
I partiti sono al penultimo posto nella graduatoria dei soggetti in cui gli italiani hanno più fiducia: al di sotto si collocano solo le banche. 

Bartolomeo I. Visita storica nel Meridione d'Italia, antichi territori di cultura bizantina

Po te nisi nje artikull te Osservatore Romano-s
03/12/2016

Il patriarca Bartolomeo in Puglia

Dialogo e amicizia

Lecce, 2. 
«Giungo in questa terra come pellegrino per incontrare i fratelli di Occidente e respirare l’amicizia e il dialogo». È quanto ha detto il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, rivolgendosi ai fedeli nel corso della celebrazione ecumenica tenutasi ieri sera, giovedì, nella cattedrale a Lecce, nella prima giornata della sua visita in terra pugliese. Il leader ortodosso sarà infatti fino a domenica 4 nel capoluogo salentino e poi a Bari fino a martedì 6 per la festa di san Nicola. Una terra quella pugliese, ha evidenziato lo stesso Bartolomeo, «che ancora in tantissimi siti religiosi e archeologici testimonia la presenza della Chiesa d’Oriente e del monachesimo bizantino».
Un aspetto, quest’ultimo, evidenziato anche in occasione della cerimonia, svoltasi questa mattina presso l’Università del Salento, per il conferimento al patriarca della laurea magistrale honoris causa in archeologia, per onorarne, spiega il rettore Vincenzo Zara, il grande impegno «in difesa dell’ambiente, del patrimonio culturale e della dignità umana». In questo senso, ha aggiunto il rettore, la sua presenza «ci ricorda un aspetto importante delle radici culturali del territorio in cui operiamo: il Salento, porta d’Italia che guarda all’Oriente».
Proprio ai tanti cristiani d’Oriente vittime in questi tempi di guerre e persecuzione è andato il pensiero del patriarca nel corso della celebrazione ecumenica a cui ha preso parte l’arcivescovo di Lecce, Domenico Umberto D’Ambrosio. «Non possiamo tacere — ha affermato Bartolomeo — questo lacerante grido di dolore dei nostri fratelli cristiani e dei tanti uomini e donne che soffrono per la guerra, per il fanatismo, per la mancanza dei più elementari generi di prima necessità, fratelli che in Medio oriente e in tante altre parti del mondo soffrono per la loro fede. Alziamo la voce perché abbia fine tutto questo supplizio e si percorrano vie di conciliazione».
Nella riflessione del patriarca ortodosso anche un giudizio positivo sull’attuale fase del dialogo tra le confessioni cristiane, in particolare con i cattolici. «Se le nostre Chiese non sono ancora unite nello spezzare il pane e bere al calice di salvezza — ha detto — certamente stanno camminando sulla via della riconciliazione, della conversione e del ravvedimento». Uno sguardo condiviso anche dall’arcivescovo D’Ambrosio, che ha presentato l’incontro ecumenico come «un momento intenso di preghiera perché si compia e si realizzi il grande sogno della preghiera sacerdotale di Gesù, quella che leggiamo nel vangelo di Giovanni: perché tutti siano una sola cosa: come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato». In questo senso, ha aggiunto, «anche se divisi», la preghiera comune diventa occasione propizia per invocare «il dono dell’unità che viene dallo stesso Signore».
Per il patriarca ortodosso, tuttavia, il dialogo ecumenico non si esaurisce sul terreno teologico. Uno dei grandi punti d’incontro, come è noto, è ritenuto quello della difesa del creato. In questa prospettiva, proprio in queste ore il sito in rete del patriarcato ecumenico ha diffuso la dichiarazione che Bartolomeo ha scritto in occasione del vertice sull’acqua organizzato a Budapest dal governo ungherese. Ricordando l’incontro interreligioso promosso sul Danubio nel 1999, non ha mancato di rilevare come «la Chiesa non può essere interessata solo alla salvezza dell’anima, ma è profondamente preoccupata dalla trasformazione di tutta la creazione». 
Pertanto, «ciò che è una minaccia per la natura è anche una minaccia per il genere umano; e quello che è per la salvaguardia del pianeta è anche per la salvezza di tutto il mondo». E quello all’acqua, ha sottolineato, è un «diritto inviolabile e non negoziabile di ogni essere umano».

venerdì 2 dicembre 2016

Storie di Sicilia. Dai malèfici alla scienza del terzo millennio

Come si determinava la meta del vino
Flash sulla nostra Storia

Nell'uso linguistico della nostra Sicilia troviamo espressioni di cui -forse- non conosciamo l'origine e a volte non ne cogliamo a pieno il significato. 
Una di queste espressioni potrebbe essere "dove vai a quest'ora della mattinata ? Vai a fissare la meta al pesce ?".


Nei paesi baronali, e Contessa lo era,  le consuetudini hanno avuto grande rilevanza nelle attività commerciali, nello svolgimento degli affari.
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Nel giorno dedicato a San Giorgio si pubblicava la meta per commerciare sui prodotti del latte (formaggi etc.), in quello dedicato a San Francesco il prezzo del mosto e per San Martino il prezzo del vino.

La meta (il prezzo) della quasi totalità dei beni, nel medioevo e all'inizio dell'evo moderno, non era conseguenza del libero mercato ma determinazione di un comitato composto da quattro o cinque persone virtuose e giudiziose scelte dai giurati di ciascuna Universita' (= Comune).

In una realta' feudale -come era Contessa- la determinazione della "meta" del frumento era un compito davvero delicato ed esso merita una analisi a parte, anche perchè influivano le iniziative delle Autorità regie che miravano a regolare i flussi creditizi dei grandi operatori.
  
Il comitato preposto alla fissazione della meta era generalmente composto da persone appartenenti alle varie classi sociali (i civili, i burgisi, i mastri) che avevano come luogo di riunione -fino a meta' del settecento- la Chiesa Madre e successivamente la Chiesa delle Anime Sante, in piazza. Era presieduto dal Parroco della Chiesa greca e i "deputati" venivano convocati "ad sonum campanae longe pulsantis" e ad ogni seduta erano invitati a giurare.

Le mete da fissare obbligatoriamente su basi annuali erano quelle del grano, del mosto e del cacio ma il comitato non lasciava genere alimentare che non cadesse sotto le proprie determinazioni. Solamente il prezzo delle carni era competenza dei "giurati", ossia degli amministratori dell'Universita'.

I vari prodotti, ovviamente venivano trattati nelle botteghe o nei magazzini dei "burgisi".
Le botteghe erano situate in strade del centro abitato e loro caratteristica era che l'apertura di accesso era metà finestra e metà porta e su questo davanzale il potenziale acquirente si appoggiava per chiedere le informazioni e quindi il bene da acquistare.
In quella fase storica (dagli Aragonesi ai Borboni) il commercio era in più modi ostacolato con disposizioni pubbliche e con comportamenti generalizzati degli stessi operatori, forse retaggio di avversione e pregiudizio verso gli ebrei, che ne erano stati operatori.

Ad ostacolare il commercio si sovrapponeva pure il sistema di misura dei prodotti. I tessuti, per dire, a Contessa avevano un sistema di misurazione che differiva completamente da quello in uso a Bisacquino o a Chiusa Sclafani.
Lo stesso grano per essere venduto doveva essere misurato col "tummino locale" che differiva in volume dal tummino in uso a Bisacquino o a Chiusa Sclafani.
Ad ulteriore dimostrazione che il commercio era una attivita' avversata e che chi si occupava di esso era ritenuto un imbroglione per natura o comunque una persona di scarsa onorabilità, a prescindere da prova contraria, constatiamo che non era possibile agli apicultori di lavorare la cera e/o venderla nelle forme abituali o di farne candele.
La cera doveva essere conferita nei magazzini del barone che avrebbe ceduto, in gabella, la lavorazione e la successiva commercializzazione a Palermo.

Con le immagini ... .... è più facile

Noi italiani sappiamo prendere tutto con ... filosofia

Pure Renzi ha saputo affrontare tutto con ... serenità

Hanno detto ... ...

FRANCESCO PIZZETTIgiurista, già presidente dell'Autorità Garante per la Privacy

Astenersi è legittimo ma è scelta estrema per un cittadino che non si senta estraneo alla sua comunità.
Non votare è ritirarsi nel deserto

PAOLO FLORES D'ARCAIS, direttore della rivista Micro-Mega

Renzi sostiene che la sua riforma costituzionale ha due meriti fondamentali: è razionale, perché elimina il doppione legislativo tra Camera e Senato, causa a suo dire fondamentale della lentezza, farraginosità e infine impossibilità di affrontare i problemi del paese; è pro-cittadino e anti-“Casta”, perché riduce i costi della politica, togliendo così argomenti alla demagogia populista che è sempre più pericolosa (secondo Renzi chi in Italia vota “No” apparterrebbe alla stessa ondata reazionaria del lepenismo, della Brexit, della vittoria di Trump).

Due falsità. Due assolute menzogne.

Il Senato non viene abrogato. Viene nominato dai consigli regionali, e continua ad avere funzioni legislative, benché in teoria più limitate. Ma il nuovo art. 70, che le elenca, è scritto in modo talmente complicato e contraddittorio che i maggiori giuristi ne hanno già dato cinque o sei interpretazioni tra loro incompatibili. È prevedibile un vero “can can” di ricorsi per ogni legge contestata, fino alla Corte Costituzionale. In tal modo il processo legislativo non solo non diventa più veloce ed efficiente ma rischia la paralisi. 

In compenso i presidenti o consiglieri regionali o sindaci che saranno nominati senatori godranno delle immunità parlamentari rispetto ad arresto, perquisizioni, intercettazioni, ecc., un regalo preziosissimo per la “Casta”, visto che negli ultimi anni il tasso di corruzione (e condanne) nelle Regioni e nei grandi comuni è aumentata in modo esponenziale.

VLADIMIRO FRULLETTI, direttore de L'Unità
Cosa accadrà domenica notte lo scopriremo (Battisti-Mogol) solo vivendo. Oramai mancano poche ore all’apertura dei seggi e allo spoglio delle schede sul referendum confermativo della riforma costituzionale. Senza avere a disposizione conti fatti né rilevazioni attendibili (l’unica cosa su cui concordano gli esperti è che non si può capire come andrà a finire anche perché il 4 di dicembre in Italia non s’è mai votato) possiamo solo basarci sulla forza delle forze in campo. E proprio partendo da questo dato il No, al di là di quante schede potrà contare fra 48 ore, ha già perso. Sia numericamente che politicamente (ma su questo dipenderà molto da come si comporterà il Sì). Infatti, osservando le truppe elettorali che ciascun protagonista dei due fronti è potenzialmente in grado di mettere in campo sulla carta non ci sarebbe partita.
La media dei sondaggi sui partiti racconta sostanzialmente che il Pd sta attorno al 30% e che quasi la stessa percentuale hanno Grillo e il centrodestra nelle sua varie componenti. Sel e i centristi di Alfano stanno entrambi fra il 3 e il 4%. Inoltre finché i sondaggi erano pubblicabili ci hanno spiegato che circa il 75-80% degli elettori dem è per il Sì.
Quindi ai Sì del Pd vanno sottratti i No della minoranza interna di Bersani e Speranza e sommati quelli del Ncd. In questo modo si arriva a un 30% di elettori italiani favorevoli alla riforma costituzionale. Insomma domenica notte il No dovrebbe arrivare almeno al 70% per poter dire di aver vinto perché questa è la sommatoria dei voti di Grillo, Berlusconi, Salvini, Meloni, Civati, Fassina, Bersani, D’Alema etc.

Referendum del 4 Dicembre. Intervento

Tomaso Montanari (1971), professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’università di Napoli Federico II.
È editorialista per la Repubblica e vicepresidente di Libertà e Giustizia.

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VIII 

RIVOLUZIONE E RASSEGNAZIONE 

Possiamo vederla così: siamo sugli spalti di uno stadio, e i giocatori in campo non ne fanno una giusta. Non segnano, si menano, corrompono l’arbitro, si vendono agli scommettitori. Finché, un bel giorno, ci dicono: «Se non riusciamo a giocare bene non è colpa nostra: è colpa di tutte queste regole, che ci legano e ci impediscono di correre e di decidere quando tirare in porta. Ecco, ce le siamo riscritte noi, queste regole: dovete solo dirci che le approvate, basta un Sì. 
E non solo il gioco finalmente decollerà, ma noi diventeremo migliori. Dimenticheremo le scommesse, giocheremo solo per voi. Se ci manderete via, però, nessun altro giocherà: non ci sono alternative. Ah, a proposito: questo gioco non è una bella cosa, e in fondo non serve a molto, dunque vi proponiamo di giocare di meno, e in minor numero». 

Ecco, quel pubblico avrebbe due possibilità: fidarsi dei giocatori e permettere loro di cambiare le regole. Oppure dire di No: e cambiare i giocatori. 
Lo slogan più rivelatore che la campagna del Sì ha sparato sui muri di tutto il Paese è: 
«Cara Italia, vuoi dimiunire il numero dei politici?» 
Naturalmente qua si strizza l’occhio alla ventata di antipolitica che da tempo cerca di convincerci che non valga la pena di investire sulla macchina della nostra democrazia. È, questa, una retorica particolarmente coltivata dal Movimento 5 Stelle, e Matteo Renzi ha deciso di cavalcarla ventre a terra. Ora, tutti sappiamo che nella vita politica ci sono molti sprechi (per non parlare del costo della corruzione!), ma è davvero singolare che un Paese che – facciamo solo pochi esempi – tollera un’evasione fiscale di 150 miliardi di euro l’anno, permette alla Chiesa cattolica di non pagare le tasse su uno sterminato patrimonio immobiliare assai redditizio, e fa ponti d’oro a enormi aziende che, pur essendo state sostenute da denaro pubblico, decidono di pagare le tasse in altri paesi (è il caso della Fiat di Sergio Marchionne, ardente sostenitore del Sì sebbene sia residente in Svizzera) decida poi di diminuire gli spazi di democrazia per risparmiare la miseria di 50 milioni di euro l’anno (questa l’unica cifra disponibile, stimata dalla Ragioneria Generale dello Stato in una nota del 28 ottobre 2014)! 
Cinquanta milioni equivalgono a quanto spendiamo ogni giorno (non ogni anno!) in spesa militare, ad un terzo del costo dell’aereo voluto dal presidente del Consiglio, a meno di una sesto della somma che ogni anno devolviamo ai vitalizi degli ex consiglieri regionali! 
Ma non è solo un problema di contabilità: il punto è chiederci cosa ci aspettiamo dalla politica. 
Già, perché se i «problemi reali che dobbiamo affrontare stanno ormai al di là della portata della politica», se ormai il capitale ha vinto senza possibilità di appello, se non c’è alternativa allo stato delle cose, allora a cosa servono i politici? È su questo che voteremo il 4 dicembre? 
Crediamo che la politica non serva più a nulla, e che dobbiamo delegare il governo del Paese a un ristretto comitato d’affari? 
Davvero pensiamo che la riforma di Banca Etruria, Marchionne e JP Morgan farà gli interessi dei cittadini italiani? 
Se lo pensiamo, dobbiamo votare Sì. Ma se invece crediamo che l’Italia abbia ancora qualcosa da dire, e che possiamo ancora cambiare lo stato delle cose, allora dobbiamo votare No. 
Ha scritto Piero Calamandrei che la Costituzione è «una polemica contro il presente, contro la società presente. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani». 
Lo smantellamento costituzionale su cui il popolo italiano è chiamato a votare spera di spegnere quella polemica, intende mettere a tacere quel giudizio, vuole impedire quella trasformazione. 
 Ma a tutti coloro che dicono che è tempo che la Costituzione si pieghi a contenere una quieta rassegnazione, rispondiamo, con le parole e la passione di Calamandrei, che essa contiene invece una «rivoluzione promessa». 
Non è troppo tardi per attuarla: a partire dal 4 dicembre. 
A partire da un NO. 

I grandi dell'Umanità

Fëdor Michajlvic Dostoevskij (Mosca 1821 -  San Pietroburgo 1881)


Fëdor Dostoevskij, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, dopo un primo momento di impegno sociale e politico, sperimenta tragicamente l’esclusione sociale e conduce una vita da “maledetto”. 

È uno scrittore drammaticamente moderno, complesso e problematico. Di qui la grande influenza di Dostoevskij sul romanzo del Novecento, di cui anticipa le tematiche interiori ed il senso dell’angoscia.

Nacque l’11 novembre del 1821 da una famiglia aristocratica decaduta e di modeste condizioni economiche.
Nel 1837, alla morte della madre, fu iscritto alla scuola militare di Pietroburgo, ma seguì gli studi controvoglia, perché i suoi interessi erano già rivolti verso la letteratura. Così dopo essersi diplomato cominciò a scrivere, tra le difficoltà finanziarie che lo opprimevano.

Nel 1843 pubblicò il suo primo libro, il romanzo Povera gente, che attirò l’interesse e l’approvazione della critica.
Sei anni dopo, nel 1849, per aver partecipato ad alcune riunioni di carattere socialista, fu arrestato come sospetto di attività rivoluzionaria, processato e condannato a morte; solo davanti al plotone di esecuzione si vide commutare la pena in quattro anni di lavori forzati in Siberia.

La terribile esperienza e gli anni di prigionia incisero molto sul suo carattere e sulla sua salute, che, già precaria, da allora fu minata da frequenti crisi epilettiche.
Di ritorno dalla Siberia, dove si era anche sposato, Dostoevskij rievocò quanto gli era successo nelle Memorie da una casa di morti (1861-1862).
Per quanto angustiato da gravi problemi economici, aggravati dalla sua passione per il gioco e dalle sue condizioni di salute, negli anni successivi Dostoevskij compose vari romanzi: 
Umiliati e offesi (1862), 

Memorie del sottosuolo (1864), 
Delitto e castigo (1866), 
L’idiota(1868).
Su quanto accadutogli mentre si trovava davanti al plotone d’esecuzione e poi quando gli viene comunicata la riduzione della pena ai lavori forzati perpetui resterà segnato per la vita e gli ispirerà alcune delle riflessioni più amare dei suoi capolavori:


«Dove mai ho letto che un condannato a morte, un'ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo cosí stretto da poterci posare soltanto i due piedi, - avendo intorno a sé dei precipizi, l'oceano, la tenebra eterna, un'eterna solitudine e una eterna tempesta, e rimanersene cosí, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d'anni, l'eternità, - anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? 
Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere! […] È un vigliacco l'uomo!... Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco». 
(Delitto e castigo).

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La sua citazione più conosciuta 
"La bellezza salverà il mondo".

giovedì 1 dicembre 2016

Sicilia. Tutto va male, eppure abbiamo provato i governi di destra, di centro e di sinistra

GIORNALE DI SICILIA




 •••VIVIAMO MENO 
Nascere e vivere in Sicilia significa avere un'aspettiva di vita in buona salute inferiore di quattro anni rispetto a un Trentino. 

• · · CHI E' CAUSA DEL SUO MAL... 
Tra le cause della vita più breve in Sicilia, la Bocconi individua la prevenzione, le vaccinazioni e l'assistenza agli anziani. 

··· POCHI BAMBINI E POCHI MATRIMONI 
I matrimoni flettono. Nel 1995 soltanto il 9% dei bambini siciliani nasceva da genitori non sposati; nel 2015 siamo saliti al 21%. 

• · · SIAMO SEMPRE MENO 
Nel 2015 la Sicilia ha registrato una diminuzione della popolazione: 43 mila nascite, 53 mila morti e 10 mila emigrati. 

• · · SE NE VANNO I MIGLIORI 
Siamo la prima regione per numero di giovani che non studiano e non lavorano (NEET); ogni 100 che emigrano 28 sono laureati. 

• · · L'UTOPIA DEL LAVORO 
In Sicilia hanno trovato un'occupazione 40 unità ogni 100 in età lavorativa; nel Centro Nord lavorano invece 64 unità ogni 100. 

• · · L'ASSENZA DELLA SCUOLA 
Nella media italiana il tempo pieno a scuola è garantito al 32% dei minori; un dato questo che precipita all'8% in Sicilia. 

• · · LA DISOCCUPAZIONE È FEMMINA 
Ogni cento donne siciliane interessate a trovare un lavoro, solo 28 ce la fanno; nel Mezzogiorno sono 47. 

• · · L'ASSENZA DEI COMUNI 
Per i servizi sociali destinati ai minori si spendono 113 euro a testa nella media italiana e 70 in Sicilia (-38%). 

• · · IL FESTIVAL DEL NERO 
La Sicilia si intesta ufficialmente appena il 5% della ricchezza prodotta nel Paese (PIL), eppure ha il7% dei consumi nazionali. 

•••RIFIUTI E TASSE 
La Sicilia è l'ultima regione per capacità di differenziare i rifiuti (12,5%) e la seconda in Italia per l'importo della TARI, la tassa sui rifiuti. 

• · · LA MEGLIO GIOVENTÙ 
La Sicilia resta la prima regione italiana per abbandono scolastico prematuro (27%) e la penultima per numero di laureati. 

• ·· LARGO AL RESTAURO 
In Sicilia il 45% delle case è in ottime condizioni, il 55% in pessime. Nella media italiana le abitazioni in ottime condizioni sono il 65%. 

• · · PURE I MEDICI INVECCHIANO 
Gli addetti alla sanità siciliana, oltre i 55 anni di età, sono il 45% del totale; nella media del Paese sono soltanto il 31%. 

• · · MALE IN MATEMATICA 
Il 25% dei minori italiani non raggiunge i livelli minimi di competenza in matematica; questo dato in Sicilia lievita a 137%. 

• · · ASILO, CHI L'HA VISTO ? 
I bambini sotto i 3 anni presi in carico negli asili pubblici sono il 5% in Sicilia, il 13% nella media italiana ed il 27% in Emilia. 




In Sicilia abbiamo tutto. 
Ci manca il resto 
(Pino Caruso, Da Il diluvio universale)
Acqua passata, 1993

FONTI: 
Istat, Svimez, Regione Siciliana,
Cittadinanza Attiva, Save the children

Italiani all'estero. Possono votare, finalmente !

La Repubblica





 quando è concessa la possibilità di esercitare il diritto di voto a chi non si trova sul territorio nazionale. E devo ammettere che l'arrivo della scheda alla mia attuale residenza e il successivo invio all'ambasciata (voto valido solo se la busta vi arriva entro i primi di dicembre) rappresenta uno dei più bei momenti di democrazia degli ultimi anni della mia vita adulta. 
Non capisco le polemiche. Ricordo con "dolore" l'impossibilità di votare quando lavoravo al Nord ma avevo mantenuto la residenza in Sicilia e la necessità di trovare qualche escamotage (fare il rappresentante di lista ) per votare. 
In questo caso, invece, tutto è stato estremamente facile: comunicazione al Comune di appartenenza della volontà di votare all'estero, recapito a breve della scheda elettorale, esercizio del voto (nel "segreto" della mia stanza da letto), spedizione della scheda al Consolato. 
Semplice, bello, democratico.

Appunti e riflessioni sulle origini del "pensiero dell'Occidente"

11)
Socrate
(appunti da Emanuele Severino)

Socrate, scopritore del concetto, innalza le pretese del linguaggio e perviene al'uso delle definizioni con cui elimina l'equivocità dei termini, delle parole e approda alla stabilità delle idee.  

Partendo dal principio di "sapere di non sapere" egli arriva al concetto per via negativa (distruggendo le opinioni correnti così come si presentano nei discorsi dei più).
Il dialogo è per lui la via privilegiata per arrivare a formulare il "concetto", cui perviene attraverso un primo momento di ironia (per mettere alle corde l'avversario: mostra di non sapere e dà fiducia alla sapienza di questi portandolo ad vicolo inestricabile, antilogia). Nel dialogo socratico si profila già il principio di non contraddizione.

La verità, se è attingibile, passa dunque per il dubbio e la ricerca, grazie al fatto che l'uomo possiede in se stesso la capacità di conoscere.
L'uomo è capace del concetto perchè sa cogliere l'uno nel molteplice, sa afferrare  e trattenere la qualità propria  in forza della quale si può dire, ad esempio, che le cose sante son sante, quelle giuste, giuste, quelle vere, vere e ....

Concetto = prendere insieme, raccogliere. 
Da qui il conoscere consiste nel raccogliere le diverse esperienze e nel contempo nell'organizzarle.  

Il Concetto, in effetti, afferra l'unità del molteplice. Socrate scopre per primo che l'uomo è detentore di una facoltà capace di astrazione e di sintesi, e perciò è nelle condizioni di attingere l'unità nel diverso, e di distinguere le diverse unità in relazione a differenziate proprietà. 
Conoscere è quindi quell'esercizio attivo del soggetto conoscente. La capacità di verità è insita negli uomini per natura, anche se è sollecitata dall'esperienza esterna.

Il secondo momento del dialogo è quello maieutico (l'arte della levatrice), capire "...se fantasma e menzogna partorisce l'anima del giovane, oppure se cosa vitale e reale".
Socrate aiuta coloro che lo frequentano ad attingere il concetto, ossia ad attingere la verità.
(Il passaggio alla logica-ontologica sarà compiuta da Platone).

Berlusconi-Renzi. Stessa politica e stessa metodica: nulla è cambiato

Molti si chiedono quale sia il merito del nostro attuale premier. Quale successo della sua carriera politica lo ha abilitato ad accedere a Palazzo Chigi.
A nostro modesto parere egli non possiede alcuna qualità per guidare il Paese, fa vasto uso della furbizia, un uso che nel terzo millennio gli uomini pubblici non dovrebbero evidenziare perchè il loro cammino (i programmi) devono, dovrebbero, essere i più limpidi possibile.

Su Renzi -tuttavia- si può dire che sta a Palazzo Chigi perchè i suoi competitori probabilmente valgono (politicamente) meno di lui. 
Ma questa circostanza può giustificare tutto ?
 
Quali sono i meccanismi della politica attuale ?

1) Chi vince -agli occhi pubblici- ha sempre ragione, anche quando sta dalla parte sbagliata, e chi perde ha sempre torto, anche quando sta dalla parte giusta.
2) Le persone di successo godono di margini di elasticità di giudizio prima di cadere in disgrazia, mentre le persone comuni, quelle ritenute mediocri, sono costrette a viaggiare su un crinale molto più stretto per non cadere nella pubblica condanna.
3) La percezione generale ha subito una mutazione della sensibilità e del costume, che spinge chi può a procacciarsi forme di successo in ogni ambito ed in ogni contesto e con qualunque modalità.

Oscar Wilde sosteneva che per ogni uomo splendido ed amato dal pubblico, c’è in giro un quadro che avvizzisce ed invecchia segretamente al posto suo. 
Voleva (forse) dire che l'apparenza coltiva contemporaneamente e senza che nessuno si accorga il suo contrario. 

I grandi dell'Umanità

Fëdor Michajlvic Dostoevskij (Mosca 1821 -  San Pietroburgo 1881)


E' un personaggio tuttora presente nella cultura, nella coscienza e nel pensare dei nostri giorni.  In tutte le sue opere troviamo domande ed interrogativi sull'uomo su cui nessuno può evitare di soffermarsi.

Albert Camus ( 7 novembre 1913 -  4 gennaio 1960), scrittorefilosofosaggista e drammaturgo che ha saputo, pure lui descrivere la condizione umana nel suo nucleo più essenziale, su Dostoevskij così si esprime: 

"Dapprima ho ammirato Dostoevskij per quello che mi aveva rivelato sulla natura umana. Rivelare è la parola: poiché sulle sue pagine ci parla di ciò che sappiamo ma che rifiutiamo di conoscere. Poi, molto presto, nella misura in cui io vivevo più drammaticamente il dramma della mia epoca, ho amato in Dostoevskij colui che ha vissuto ed espresso il nostro destino storico". 

Le problematiche del tempo in cui visse Dostoevskij (l'Ottocento) non sono affatto diverse da quelle dei nostri giorni. Oggi -pure sul nostro Blog- ci interroghiamo sulle direzioni che piglia la politica, l'economia ormai globale, sul ruolo delle religioni nel mondo multietnico. Allora Ivan Karamazov, parlando con il fratello Alesâ dei sui contemporanei, diceva "Vengono qui, in questa lurida osteria, e si mettono a sedere in un  angolo. Prima non si conoscevano  per niente, e quando usciranno dall'osteria staranno altri quarant'anni senza vedersi: ebbene, di cosa credi che ragionino in quel poco tempo  in cui stanno insieme ? Dei problemi universali, non di altro: esiste Dio, esiste l'immortalità ? E quelli che non credono in Dio parleranno di socialismo e di anarchia, di come riorganizzare l'umanità intera secondo un nuovo modello".

Leggere Dostoevskij significa -riteniamo- uscire dall'indifferenza. 
Il nostro mondo si arrovella ancora sui medesimi problemi ed interrogativi. Quei problemi che continuano ad acuirsi e mai a risolversi.   

Ecco perchè ci intratterremo a riflettere per qualche tempo sul personaggio e sulle opere di Dostoevskij.

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